18 ottobre 2019
Aggiornato 05:00
Giustizia e politica

Mafia Capitale, per Carminati, Buzzi & co. chiesti oltre 5 secoli di carcere

Quasi 30 anni di prigione per i due imputati più noti, l'ex terrorista nero Massimo Carminati (28) e il “raiss” delle cooperative Salvatore Buzzi (26). I pm: “Gli appalti della pubblica amministrazione sono stati gestiti come fette di una caciotta”

La procura di Roma ha chiesto complessivamente oltre 500 anni di reclusione nei confronti dei 46 imputati del processo Mafia Capitale
La procura di Roma ha chiesto complessivamente oltre 500 anni di reclusione nei confronti dei 46 imputati del processo Mafia Capitale ANSA

ROMA - La procura di Roma ha chiesto complessivamente oltre 500 anni di reclusione nei confronti dei 46 imputati del processo Mafia Capitale, 515 per la precisione. La requisitoria dei pubblici ministeri si è tenuta ieri nell'aula bunker di Rebibbia. Chiesti quasi 30 anni di carcere per i due imputati più noti, l'ex terrorista nero Massimo Carminati (28) e il «raiss» delle cooperative Salvatore Buzzi (26). I pm inoltre hanno chiesto che Carminati venga dichiarato delinquente abituale, «e' già stato condannato in 5 processi», hanno argomentato e lui ha fatto un gesto di esultanza alzando entrambe le braccia.

Le altre richieste di condanna
Secondo l'accusa il processo riguarda «fatti gravi» ed «è stata riscontrata una spiccata capacità di delinquere» negli imputati. Per Riccardo Brugia, presunto braccio destro di Buzzi, sono stati chiesti 25 anni e 10 mesi. Per l'ex consulente di Finmeccanica Fabrizio Franco Testa, 22 anni. Per l'ex amministratore delegato dell'Ama Franco Panzironi sono stati chiesti 21 anni. Ancora, la richiesta nei confronti dell'ex consigliere comunale Luca Gramazio è stata di 19 anni e sei mesi. Anche per il commercialista Paolo di Ninno sono stati chiesti 19 anni di carcere. Secondo i pubblici ministeri da parte degli imputati «sono state osservate plurime azioni criminose». I pm sono Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, mentre il procuratore aggiunto è Paolo Ielo.

Appalti come fette di caciotta
In sostanza il processo è nato intorno all'ipotesi accusatoria che si sia creata un'associazione a delinquere di stampo mafioso con a capo Buzzi e Carminati, il primo come mente e procacciatore di appalti, l'altro come braccio violento con aderenze politiche, che avrebbe condizionato decine di gare di appalto. Per la Procura tutti gli imputati sapevano di fare parte di questa organizzazione: «Gli appalti della pubblica amministrazione sono stati gestiti come fette di una caciotta, un qualcosa da spartire e non certo facendo attenzione al bene comune – ha detto Ielo – in questa storia, in nome dell’emergenza si è passati troppe volte sopra le regole».

Il filo nero tra Ama e Alemanno
Al sodalizio criminale vengono poi contestate almeno 5 estorsioni, ma soprattutto la mala-gestione dei rifiuti della Capitale, attraverso l’opera di condizionamento della municipalizzata Ama, stazione appaltante che spesso vedeva la cooperativa 29 giugno (di Buzzi) affidataria di diversi lavori. Qui entrano in gioco Franco Panzironi, che insieme a Giovanni Fiscon e ad «altri funzionari non identificati» avrebbe agito all’interno della società romana per favorire le cooperative di o vicine a Buzzi. Per l'accusa Panzironi avrebbe preteso «costante retribuzione di ammontare non determinato dal 2008 al 2013 e a partire da tale data pari a 15 mila euro mensili», ma avrebbe ricevuto anche ulteriori 120 mila euro, una tangente per un servizio «non ancora identificato» e che avrebbe destinato alla alla fondazione «Nuova Italia» di Gianni Alemanno.

Gli affari romani
La Procura ha poi contestato che le coop di Buzzi sarebbero state favorite anche da Carlo Pucci nell’affidamento di lavori da parte di Eur spa, in cambio della somma » di 5000 euro mensili oltre alla somma di 15 mila euro una tantum» e «previo concerto con Carminati». Carminati poi a Roma avrebbe chiesto, con pressioni continue «ai competenti organi della giunta comunale di orientare la destinazione delle risorse economiche in bilancio» a favore delle cooperative controllate da Buzzi. Oltre alla Capitale sono contestati appalti nel comune di Sant’Oreste, in provincia di Roma, per il servizio di igiene urbana che sarebbe stato affidato alle coop di Buzzi dopo tangenti per 40 mila euro.

Il business dei profughi
Infine c'è il business dei richiedenti asilo: secondo i pm l'uomo del Pd romano, Luca Odevaine, avrebbe fatto assegnare al gruppo di Buzzi gli appalti emergenziali fatti dal Tavolo di Coordinamento nazionale sull’Accoglienza dei profughi, in cambio di profumatissime mazzette.