5 agosto 2021
Aggiornato 07:30
Poletti «pontifica» ma il Jobs Act è un flop

Poletti, Fornero & Co.: quando il club del’establishment per mestiere insulta i giovani

Quello tra i ministri della Repubblica, i premier dei governi, gli esponenti politici di tutti gli schieramenti e le gaffe offensive nei confronti dei giovani italiani è ormai letteratura

ROMA - Quello tra i ministri della Repubblica, i premier dei governi, gli esponenti politici di tutti gli schieramenti e le gaffe offensive nei confronti dei giovani italiani è ormai letteratura. Dopo il laurea-gate del ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli di qualche giorno fa stavolta è toccato al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, uno che giù di suo non le manda a dire: «Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi». Il riferimento è alle stime sull’emigrazione giovanile dall’Italia: un dato che viene letto come uno dei fenomeni più inquietanti di desertificazione del talento in Italia. Un dato, insomma, che dovrebbe togliere il sonno al titolare del Lavoro. Poletti invece, dopo l’uscita un po’ scomposta, ha cercato di chiarire così il concetto: «Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei «pistola». Permettetemi di contestare questa tesi».

Poletti «pontifica» ma il Jobs Act è un flop
Un ragionamento passabile a stento in un dibattito al bar, un po’ meno da un ministro del Lavoro costretto a riflettere in questi giorni con le stime dei voucher - i buoni per il lavoro accessorio il cui utilizzo è letteralmente esploso negli ultimi mesi – che rappresentano l’evoluzione genetica della precarietà un tanto al chilo e con il fallimento sostanziale del Jobs Act certificato dall’Inps con l'impennata dei licenziamenti disciplinari e, una volta esaurito l’effetto doping degli sgravi fiscali, con il crollo verticale delle assunzioni con contratti stabili. Davanti a questi «risultati» – e con la sua altra uscita infelice riguardante l’auspico di elezioni da tenere in primavera, in modo da evitare in base ai termini di legge che si possano tenere i referendum della Cgil sul Jobs Act - Poletti si iscrive al particolare «club dell’establishment» sempre più sganciato non solo dalle necessità ma anche dal linguaggio e dallo stato d’animo della società, giovani in testa. «Insistere e insultare le vittime delle sue politiche è inaccettabile e rischia solo di accrescere la tensione sociale», ha attaccato così Poletti non a caso Luigi Di Maio che ha afferrato il non sense di un’uscita che conferma la non comunicazione tra governo Renzi(loni) e popolazione under 35.

L’insulto generazionale del «governo dei prof»
Da questo punto di vista Poletti però è non è stato di certo l’unico, solo l’ultimo di una serie. È durante l’esperienza del governo Monti – guarda caso un algido tecnico durato pochissimo in politica – che si batte ogni record di insulto libero da parte del governante. A partire da un altro ministro del Lavoro di nome Elsa Fornero. Il ministro, nel pieno della crisi dello spread e dell’aggressione della Trojka a cui si rispose con dosi di austerità che hanno immobilizzato il mercato del lavoro, non trovò di meglio da fare che prendersela con i giovani che si approcciano al mondo del lavoro: secondo la Fornero nella ricerca del lavoro questi non devono essere «choosy», termine inglese (utilizzato da un ministro italiano per rivolgersi ai cittadini italiani…) che significa «schizzinosi». Insomma secondo la Fornero i ragazzi – inclusi quelli che intraprendono faticosi percorsi di studio e di specializzazione - dovrebbero accontentarsi di ciò che passa il convento. E poi? Si vedrà….

Guerra (senza soluzioni) al posto fisso
Altro tormentone dell’era Monti è stata la guerra al concetto di «posto fisso». Gran cerimoniere della boutade il premier Mario Monti in persona: «I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. È più bello cambiare», millantava il bocconiano mentre nei primi nove mesi del suo governo (ottobre 2011-luglio 2012) batteva ogni record per l’incremento dei disoccupati in Italia: un numero cresciuto di 605mila unità, ossia da 2,183 milioni a 2,788 milioni. Infine, parafrasando in libertà la celebre uscita di un altro «tecnico-politico» come Tommaso Padoa-Schioppa sui «bamboccioni» da mandare fuori casa a diciott'anni, l’allora ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri se la prese con i «mammoni». Anche qui invece di dare ricette e soluzioni si passò all’insulto: «Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale». Tutto questo mentre il figlio Piergiorgio Peluso (sotto processo per il Crac Ligresti) prendeva una buonuscita di tre milioni e mezzo per un incarico di un anno (sic) come dg della Fondiaria Sai…