20 novembre 2019
Aggiornato 07:00
L'indegna fine di un mandato

Il teatrino di Marino: il sindaco la butta in caciara

Il primo cittadino convoca una conferenza stampa per dare la sua versione. Ma non fa chiarezza né sullo scandalo degli scontrini, né sulle sue dimissioni. Altro che trasparenza: ormai si limita a prendere tempo e ad attendere gli eventi

ROMA – A dieci giorni dalle sue (provvisorie, almeno per ora) dimissioni, Ignazio Marino non ha ancora capito perché è stato costretto a dimettersi. Il problema non è l'inchiesta della procura, che farà il suo corso, e che del resto al momento non lo ha neppure sfiorato: i magistrati, due giorni fa, lo hanno sì ascoltato, ma solo in qualità di persona informata sui fatti. E il problema non sono nemmeno i 20 mila euro di spese contestate, che l'ex sindaco si è affrettato a restituire alle casse pubbliche. No: il problema del marziano sta tutto nella sua incapacità di comunicare con i terrestri. Anche volendo prendere per buona la sua versione, e cioè che le cene con i suoi familiari spacciate per istituzionali siano solo degli errori, e non delle bugie in malafede, resta però il fatto che Marino non ha parlato chiaro fin da subito, e continua a non farlo a tutt'oggi. Perfino nella conferenza stampa convocata ieri, proprio per dire la sua su tutta questa confusa vicenda.

Più domande che risposte
L'identità dei suoi veri commensali, infatti, continua a non rivelarla ai cittadini romani, limitandosi a rispondere che «su ognuna di queste cene ho riferito alla magistratura». Basterebbe questo a far cadere quella bandiera della trasparenza che il primo cittadino aveva sempre sventolato, e dietro alla quale si era anche un po' nascosto. Ma altrettanto oscura è anche la spiegazione per quelle dichiarazioni con i nomi di ospiti che hanno poi smentito di essere mai stati ospitati: «Tutte le firme a mio nome in calce a tali giustificativi non sono autentiche, come si può facilmente vedere a occhio nudo – ribatte Marino – Alcune risultano firmate quando mi trovavo all'estero e quindi non potevo essere in Campidoglio». Aggiunge il suo legale Enzo Musco: «Gli scontrini venivano registrati a distanza di tempo, senza nessuna falsità, ma seguendo la prassi del Comune di Roma». Ovvero, la cena veniva collegata in automatio dai suoi segretari «all'ultimo appuntamento della giornata», consultando l'agenda che «era a disposizione di moltissimi uffici, per un totale di circa cinquanta o sessanta persone». Insomma: Marino ribadisce di non avere «mai utilizzato denaro pubblico a scopo privato». Pure in questo caso, però, la sua versione non solo non fa chiarezza sulla vicenda, ma anzi aggiunge confusione a confusione. Se non ha nulla da nascondere, ossia se le cene sono davvero state tutte regolari, allora perché scaricare il barile sulla sua segreteria? Perché accusare funzionari da lui scelti per affiancarlo, e da lui stesso, si suppone, autorizzati a firmare al posto suo? O forse Marino ci vuole dire che negli uffici del Campidoglio si aggirano dei dipendenti infedeli che falsificano la firma del sindaco, e di cui sarebbe inevitabilmente chiamato a fare i nomi? Se non è così, come sembra del tutto logico, allora non cambia nulla che a firmare materialmente sia stato il primo cittadino o un suo incaricato: il responsabile ultimo rimane comunque lui.

Mi dimetto. Anzi no
Ma il lato più incomprensibile dell'intera vicenda sono proprio le sue dimissioni. «Quando scrissi la lettera alla presidente Valeria Baglio – spiega ancora Marino – scrissi quello che le rispondo adesso: la legge prevede 20 giorni per fare le opportune riflessioni e verifiche. Se ho scritto che volevo prendere tempo per valutare, significa che lo pensavo e lo penso ancora». Anche in questo caso, il sindaco non parla chiaro: vuole solo prendere tempo. Aspetta il 2 novembre, scadenza ultima per poter ritirare le dimissioni, nella speranza che entro quella data la procura decida di archiviare l'inchiesta riabilitandolo totalmente. E nel frattempo logora il Partito democratico, non escludendo del tutto di farsi sfiduciare dal Consiglio comunale, una volta dichiarato innocente dai magistrati: svelando quindi tutte le contraddizioni dei renziani, e aprendo la porta a possibili franchi tiratori. Una decisione che avrebbe dimostrato orgoglio personale e coraggio politico, se solo l'avesse presa con fermezza, e da subito. Invece Ignazio Marino non lo ha fatto. Ha continuato a traccheggiare, a parlare a mezza bocca, a lanciare velati avvertimenti. A trascinare l'intera città, insieme a lui, sul fondo di uno scandalo ormai da tempo tramutatosi in farsa.