21 ottobre 2019
Aggiornato 17:30

«La ripresa? Non è merito del governo Renzi»

Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, analizza per noi le ultime mosse del premier. Dalla riforma del Senato («Attenzione ad eleggere questi screditati consiglieri regionali») all'economia («Matteo esagera, come faceva Berlusconi...»)

Antonio Polito
Antonio Polito ANSA

Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, il premier Renzi ha vinto la sua battaglia sul Senato. Ma al di là dei giochi tattici parlamentari, i contenuti della riforma le piacciono?
Se Renzi vince lo deve all'accordo con la sua minoranza interna, che ha evitato che la battaglia si trasformasse in uno scontro fratricida. La ricomposizione dell'unità del Pd è fondamentale, anche perché i numeri della maggioranza al Senato non sono così brillanti. La fine del bicameralismo perfetto – così chiamato non perché fosse molto buono ma perché le due Camere facevano lo stesso identico lavoro – è un passo in avanti: è un antico progetto di tutti i riformisti italiani, addirittura di un pezzo del vecchio Pci come l'appena scomparso Pietro Ingrao, e positivo per il processo di formazione delle leggi. Ma restano dei dubbi sul funzionamento della riforma: ad esempio sulle funzioni, che ancora non conosciamo, se saranno degne e ben distinte da quelle della Camera. Su questo il dibattito resta ancora aperto, ma la prova del budino è nel mangiarlo, come si suol dire.

Il vero scontro, però, era sull'elettività dei senatori. E qui sembra che la minoranza Pd si sia tirata indietro non appena è venuta fuori la minaccia delle elezioni anticipate.
Non direi. Lo spettro delle elezioni anticipate, in realtà, non c'è più da molto tempo: almeno finché non andrà in funzione la riforma del Senato e finché la legge elettorale, che vale solo per la Camera, non sarà utilizzabile. La verità è che l'accordo prevede l'elezione diretta dei parlamentari, che non saranno indicati dalle nomenklature di partito ma scelti dagli elettori.

Questo meccanismo non è ancora chiaro: è stata solo inserita la frase «in conformità con le scelte degli elettori».
L'articolo è scritto male, in maniera contorta, proprio perché è frutto di questo compromesso, però sarà scritto in Costituzione. Poi saranno le leggi elettorali regionali a stabilire i meccanismi. Il principio, comunque, è che i senatori non saranno cooptati, ma eletti.

Il problema per la democrazia, quindi, è risolto?
Conoscendo i Consigli regionali e le loro ultime vicende, che non siano loro a scegliere i senatori mi rassicura.

Eppure i senatori saranno comunque scelti all'interno del bacino dei consiglieri regionali.
A questo bisognerà stare molto attenti. Il personale politico delle Regioni si è clamorosamente screditato negli ultimi anni. Magari, il fatto che cento di loro diventeranno senatori potrà essere un'opportunità, anche per noi dei media, di sorvegliare la loro selezione con maggior attenzione e informarne i cittadini.

Passiamo all'economia. Questa timida ripresa è merito del governo Renzi o della congiuntura internazionale?
La ripresa economica, così come la recessione, non sono mai né merito né colpa dei governi. Il governo non fa l'economia, al massimo crea delle condizioni più o meno adatte. Secondo me, la riforma del mercato del lavoro ha favorito questa ripresa, creando condizioni più semplici per assumere e licenziare. Così come la stabilità politica: quando un governo resta in carica per tempi ragionevoli e ha la possibilità di agire, gli attori economici sono più rilassati.

Quindi Renzi esagera a intestarsene il merito?
Renzi esagera, come tutti gli uomini politici. Vorrebbe attribuire a se stesso il successo economico del Paese. Esattamente come Berlusconi nella campagna elettorale del 2006.

Anche lei concorda sul fatto che Renzi e Berlusconi comunichino con lo stesso linguaggio, insomma?
Da questo punto di vista, Renzi è un grande erede dell'innovazione che Berlusconi ha introdotto nella politica italiana. Come pure altri leader mondiali, da Blair a Clinton: la demagogia comunicativa non appartiene solo alla destra. In ogni caso, siccome la casa è comune e lui è l'unico presidente del Consiglio che abbiamo, speriamo abbia ragione.

La settimana scorsa, su Il Giornale, Piero Ostellino ha scritto che lui e l'ex direttore Ferruccio De Bortoli furono cacciati dal Corriere della Sera per volontà di Renzi. Lei, da vicedirettore, avverte questa pressione del premier?
Da quando ne sono dipendente, ovvero da pochi mesi, non ho mai avuto sentore di nulla del genere. E certamente non che mi riguardi. Ma Ostellino è stato al Corriere in un'altra epoca, in cui non c'ero...