18 giugno 2019
Aggiornato 17:30
Ma quale credibilità internazionale

Se anche Confindustria sfiducia Matteo Renzi

Il presidente degli imprenditori Giorgio Squinzi scarica il premier: «In Europa decidono solo Angela Merkel e François Hollande. Mentre noi non contiamo più niente». Ormai se ne sono accorti proprio tutti...

ROMA – Lo scorso ottobre, in pieno dibattito sul jobs act, tra Giorgio Squinzi e Matteo Renzi era vero amore. «Il presidente del Consiglio ha molta determinazione in questa direzione – dichiarò allora il numero uno di Confindustria – Guardiamo con fiducia al processo in atto». E ti credo: stava per incassare la cancellazione dell'articolo 18 e la liberalizzazione dei licenziamenti, due storici obiettivi dell'associazione degli imprenditori. Un mese fa, a maggio, già Squinzi non sembrava più così convinto della risolutezza del premier: «Non ho richieste né intendo lamentarmi con il governo di alcunché – ritrattò – Gli dico semplicemente di non smarrire la determinazione, perché questa è la precondizione necessaria per cambiare il nostro Paese». In mezzo c'erano state le ripetute delusioni del taglio dell'Irap inferiore al previsto, del fondo salvaimprese ritenuto inadeguato e, soprattutto, dell'assenza di Renzi dall'assemblea di Confindustria: uno schiaffo senza precedenti.

L'attacco sull'Europa
Ma era solo l'inizio. La vera dichiarazione di sfiducia di Squinzi è arrivata la scorsa settimana, proprio sul dossier più caldo, quello dell'Europa. «È demoralizzante vedere che quando fanno i vertici che contano non ci invitano più», ha attaccato senza mezzi termini alla mostra di Confindustria ad Expo. E come dargli torto? Nell'ultimo periodo, Angela Merkel e François Hollande hanno gettato la maschera: è nei i loro incontri privati nelle segrete stanze, piuttosto che nella Commissione o nel Parlamento europeo, che si discute e si decide la strategia dell'Unione. Vale per la risposta alle picconate di Cameron ai pilastri della Ue, dalla libera circolazione alla supremazia delle leggi sovranazionali. Vale per la crisi della Grecia, che al nostro Paese secondo Bloomberg deve la bellezza di 40 miliardi di euro: eppure l'unico italiano ammesso ai vertici è Mario Draghi, cui spetta la decisione chiave sul rimborso dei debiti in scadenza. E vale soprattutto per l'emergenza migranti. «Personalmente - ha proseguito Squinzi - non trovo giusta questa diarchia Merkel-Hollande e mi auguro che alla fine si ritorni nella giusta considerazione verso il nostro Paese. Che Merkel parli da una posizione più forte è innegabile, ma è inspiegabile che Hollande abbia più voce in capitolo di noi: ho difficoltà a capirlo soprattutto conoscendo l’andamento e i numeri della Francia in questo momento».

Decidono tutto loro
Parole dure ma, ahinoi, tristemente precise. A Roma, Renzi abbaia: «Diciamolo chiaro: le risposte che l’Europa sta dando sono insufficienti. Nei prossimi giorni ci giochiamo molto dell’identità europea e la nostra voce si farà sentire forte perché è la voce di un Paese fondatore. Se il Consiglio europeo sceglierà la solidarietà, bene; se non lo farà, abbiamo pronto il piano B, ma sarebbe una ferita innanzitutto per l’Europa». Invece, a Bruxelles (quelle rare volte in cui viene invitato), si accuccia in un angolo e rimane in silenzio. La posizione del duo Hollande-Merkel è chiara: gli accordi di Dublino non si toccano, al limite l'Ue può elemosinarvi un po' di finanziamenti, ma a gestire i flussi di migranti devono essere i singoli Stati. E quando i due pezzi grossi parlano, poche storie, si fa come dicono loro. Con buona pace di Renzi e dell'invisibile Federica Mogherini, cui il presidente del Consiglio ha inspiegabilmente delegato la nostra rappresentanza in Europa. In mano aveva delle armi formidabili: dal semestre di presidenza fino alle minacce di ritiro dei circa 18 miliardi che ogni anno l'Italia versa nelle casse comunitarie. Ma ha deciso di non utilizzarle, assicurandosi in cambio solo un po' di libertà in più sulle scelte economiche di riduzione del debito pubblico. Tanto gli è bastato per rinunciare a far sentire la nostra voce, che poi potrebbe essere quella unitaria del Mediterraneo, sui tavoli che contano. Matteo Renzi, in altre parole, ha sancito definitivamente la perdita di qualsiasi credibilità e autorevolezza internazionale. Ora se n'è accorta pure Confindustria. Ed è un segnale non da poco: perché in Italia, si sa, nessun governo può avere una vita lunga e tranquilla senza l'appoggio dei «poteri forti».