17 giugno 2019
Aggiornato 07:30
La rabbia è tanta

Renzi vuole regole anti-ribelli: così non si va avanti...

Un principio, in realtà, più facile da enunciare che da applicare. Lunedì è fissata la direzione per l'analisi del voto, ma nessuno dei renziani è in grado di dire se già in quella sede le «regole» verranno gettate da Renzi sul tavolo della discussione.

ROMA (askanews) - La rabbia è tanta, Matteo Renzi in pubblico rivendica un risultato «molto positivo» alle regionali, ma la sconfitta in Liguria e le difficoltà del partito soprattutto nelle regioni rosse sono due dati che il premier-segretario del Pd non digerisce e attribuisce, secondo quanto raccontano i parlamentari a lui più vicini, proprio all'azione della minoranza, considerata un vero e proprio sabotaggio. Certo, ogni capo di governo europeo vive momenti difficili, in questo periodo, alle elezioni, ma la «black list» di Rosy Bindi a 48 ore dal voto, l'intervista di Pier Luigi Bersani al Corriere della sera in cui si dice tutto il male possibile del Pd, salvo invitare i militanti a votarlo comunque, sono solo gli ultimi tasselli di un quadro che, per il premier, è fin troppo chiaro: vogliono logorarmi, restano nel Pd e sabotano il Pd, ma così non si può andare avanti, servono regole di covinvenza.

Un principio, in realtà, più facile da enunciare che da applicare
Lunedì è fissata la direzione per l'analisi del voto, ma nessuno dei renziani è in grado di dire se già in quella sede le «regole» verranno gettate da Renzi sul tavolo della discussione. Di certo, Renzi ha già più volte accennato al tema di scrivere nuove regole di comportamento nel partito, legandole anche alla nuova legge elettorale applicata e alle norme per la democrazia interna su cui stanno lavorando Orfini, Guerini e anche le minoranze.

La stesura di queste norme, però, è assai complicata
Più facile magari intervenire sulle regole interne del Pd, e alcuni dei suoi provano a fare degli esempi di possibili misure da inserire nello statuto del Pd: chi non vota la fiducia (il caso Italicum) per esempio, sarebbe automaticamente fuori dal partito. Non si tratterebbe di una decisione da assumere caso per caso, semplicemente non votare la fiducia dovrebbe comportare l'autoesclusione del partito. Lo stesso discorso dovrebbe valere, per esempio, per chi si rifiutasse di riconoscere una candidatura uscita dalle primarie, come accaduto in Liguria con Raffaella Paita.

Non si possono tenere i piedi in due staffe
Altri esponenti vicini al premier, poi, si sfogano anche contro quegli esponenti della minoranza dialogante che siedono per esempio in segreteria e che non hanno speso una parola per difendere il risultato del partito alle elezioni: si fanno i nomi di Andrea De Maria, di Enzo Amendola. «Non è possibile - è il ragionamento - che non dicano nulla, pur sedendo in segreteria. Non si possono continuamente tenere i piedi in due staffe». Cosa sia nella testa del premier non lo sanno neanche i fedelissimi, ma sulla base di questi umori in molti costruiscono ragionamenti che vedono per esempio «escluso» un capogruppo alla Camera espressione della minoranza, mentre qualcuno si spinge a concretizzare quel «rinnovamento del partito» esplicitato da Renzi come un avvicendamento non tanto dei due vice segretari ma magari a livello di segreteria. «Una cosa è certa - taglia corto un fedelissimo - se si va avanti così, con quelli che da dentro il Pd sparano contro il Pd, tra due anni arriviamo bolliti».