10 dicembre 2019
Aggiornato 04:30
Intanto, trivelle italiane nel Po e croate nell'adriatico

Sì all'emendamento anti-trivellazioni. Ma lo Sblocca-Italia sblocca anche le trivelle

C'è chi ha rinominato il decreto Sblocca-Italia «Sblocca-Trivelle», in quanto favorisce le trivellazioni. Eppure, è passato l'o.d.g. di Fi che prescrive uno stop alle trivellazioni non conformi alla direttiva comunitaria. Direzione intrapresa anche da tante regioni, ma non sempre con successo: si veda il caso delle trivelle sul Po o di quelle che la Croazia, tra poco, metterà nell'Adriatico.

ROMA - Stop alle trivellazioni non conformi alla direttiva comunitaria: questo, il contenuto dell’ordine del giorno votato a larghissima maggioranza dal Senato pochi giorni fa. E grazie a quell’approvazione, affermano i senatori siciliani Giuseppe Compagnone, Giuseppe Ruvolo, Antonio Scavone (Grandi autonomie e libertà )e Antonio D'Alì (Forza Italia), «abbiamo scongiurato nuove trivellazioni nel Mar Mediterraneo». L’Aula ha anche approvato un secondo emendamento sul bando delle pratiche esplosive nel Mediterraneo. «Sarà considerato reato utilizzare qualsiasi tecnica esplosiva, compresa quella dell’air-gun tipica delle ricerche petrolifere», ha commenta ai giornalisti D’Alì. «Ho spiegato al ministro Orlando, e soprattutto ai colleghi, le disastrose conseguenze nei confronti della biodiversità e della fauna marina dell’uso di tecniche esplosive per qualsiasi finalità utilizzate. Spero che il voto che ha raccolto il consenso o il non dissenso di molti colleghi anche della maggioranza venga confermato nel passaggio alla Camera».

SBLOCCA-ITALIA È ANCHE SBLOCCA-TRIVELLE - In effetti, la questione delle trivellazioni nel Mediterraneo era già in discussione da mesi anche a livello regionale. A novembre, il deputato regionale palermitano di Forza Italia Giorgio Assenza aveva presentato un ordine del giorno atto a impegnare il presidente della Regione a impedire la riapertura delle trivellazioni. «Il bene della Sicilia e dell’ambiente in generale non possono essere piegati a interessi esclusivamente speculativi», aveva dichiarato il deputato, commentando la «minaccia che rappresenterebbe per il Mediterraneo la riapertura delle trivellazioni come da provvedimento contenuto nel cosiddetto Sblocca Italia». In effetti, il decreto in questione prevede che tutte le norme che difendono paesaggi ed ambiente possano essere scavalcate per opere di stoccaggio e trivellazione. Lo Sblocca Italia prescrive infatti il «titolo concessorio unico» con cui diventa sufficiente una sola domanda per eseguire ricerche e sondaggi prima e trivellazioni permanenti dopo, rimpiazzando invece l’iter dei due permessi distinti già in vigore. In più, toglie alle Regioni il potere di veto sulla ricerca e sulla trivellazione di pozzi di petrolio e di metano, concedendolo solo a Roma. La Strategia energetica nazionale (Sen) vuole più che raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia, fino a 24 milioni di barili equivalente all’anno (l’unità di misura che omogeneizza petrolio e gas naturale). Si ipotizzano «investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno». Inoltre è atteso un miliardo di euro extra di introiti fiscali annui. 

CASO NORTHSUN, VIA LIBERA ALLE TRIVELLE TRA VENETO E EMILIA - La Sicilia non è la sola regione ad essersi impegnata a limitare le trivellazioni: con lei, per citare uno degli esempi più recenti, anche la Sardegna. Altri casi, però, sono più complessi, come quello del Veneto. Nel 2009, Pierluigi Vecchia, il program manager della Northsun Italia, sussidiaria della Po Valley Energy, diceva di voler trivellare l’Italia per motivi «di tipo geologico, economico ed affettivo». E l’area prescelta cadeva proprio a cavallo tra Emilia Romagna e Veneto. Da qui, la concessione metanifera «La risorta», di circa 300 chilometri quadrati, nel bel mezzo del delta del Po, zona fragile, con già tanti problemi di inquinamento e di subsidenza. Nel dicembre 2013, la Regione Veneto ha espresso contrarietà all’intervento: il Veneto, si legge infatti nel comunicato stampa, «ha negato il permesso di ricerca idrocarburi in Polesine, richiesto dalla società Northsun Italia S.p.A. di Roma». Un anno dopo, il «no» veniva registrato sul Bollettino Ufficiale, con data 31 gennaio 2014. Eppure, la faccenda non si è conclusa sul permesso negato, dal momento che l’Emilia Romagna ha invece dato via libera alle trivelle, dato che i lavori avrebbero riguardato un territorio di confine tra le due regioni. Nel documento romagnolo, si aggiungeva però che le «conclusioni relative alla compatibilità ambientale delle attività prevista dal permesso e le relative prescrizioni acquisiranno efficacia qualora venga sancita l’intesa con la Regione Veneto». Tuttavia, la speranza dell’intesa è caduta qualche mese dopo, quando il Veneto ha sancito il suo «no ufficiale». Così, la Northun è ricorsa al Tar, e la sentenza è giunta proprio pochi giorni fa: le attività della ditta sono lecite perché non prevedrebbero «perforazioni», ma solo «indagini preliminari». Tutto ciò, nonostante il divieto, nel Parco del Delta del Po’ della «realizzazione di pozzi e impianti per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi nel sottosuolo».

TRIVELLE CROATE NELL’ADRIATICO - Ma una questione aperta, in tema trivellazioni, l’Italia ce l’ha anche con Zagabria. Ed è corsa contro il tempo per evitare la barriera di trivelle che il governo croato vuole mettere nel suo mare. Secondo i piani di Zagabria, presto i fondali adriatici saranno suddivisi per il 90% in 29 «blocchi», da nord a sud. Blocchi che potranno essere bucati in cerca di petrolio e gas, con il rischio di mettere in pericolo anche l’ecosistema marino italiano e di compromettere le attività turistiche. I giacimenti in questione, pur essendo croati, si estendono infatti anche sotto le acque territoriali del Belpaese. Tutto questo, con la beffa finale che i ritorni economici andranno invece unicamente al governo di Zagabria. Il 16 febbraio sono scaduti i termini per la consultazione, e dal Governo non sono arrivate richieste di chiarimenti o osservazioni. Il prossimo 2 aprile verranno invece firmati i contratti definitivi per le cinque imprese che hanno ottenuto le licenze per le esplorazioni. Al silenzio dell’esecutivo, si contrappone qualche voce isolata del mondo politico (specialmente del M5S), nonché gli appelli delle associazioni ambientali. Oltretutto, nella vicenda è in agguato il paradosso: molte delle regioni italiane che affacciano sull’Adriatico (tra cui il Veneto, Puglia, Marche) sono le stesse che hanno impugnato davanti alla Consulta il decreto Sblocca-Italia, ribattezzato ormai «sblocca trivelle». E anche qualora avessero la meglio sulla legislazione italiana, si ritroverebbero comunque vittime, loro malgrado, delle esplorazioni croate nei loro mari e davanti alle loro coste, con tutte le conseguenze  del caso. Il tutto, nell’indifferenza più totale del Governo.