21 novembre 2019
Aggiornato 05:30
Due pesi e due misure

L'immunità resta, ma non per il prefetto

Il ministro dell’Interno usa la mannaia contro un rappresentante delle istituzioni che si è lasciato andare a giudizi superficiali e infelici. Ma tace quando, nelle stesso ore, la maggioranza di cui fa parte rispolvera l’inviolabilità parlamentare anche per i senatori che in futuro non saranno più nemmeno senatori.

ROMA - L’ultima prova che l’Italia è in stato confusionale ha un nome e un cognome. Il  nome è, Antonio Reppucci. Il cognome è,  immunità per i futuri senatori.
Sia il nome che il cognome si sono inseguiti nell’arco di poche ore.

Cominciamo con Antonio Reppucci. Fino a qualche giorno fa è il prefetto di Perugia. Poi arriva l’episodio che sta finendo per avvelenargli 35 anni di onorata carriera. La vicenda comincia a metà della scorsa settimana quando il prefetto decide di partecipare ad un convegno sulla tossicodipendenza dove si trova accanto il Procuratore generale Giovanni Galati e i vertici di carabinieri, polizia e guardia di finanza.

Sotto accusa, nel corso del convegno, finisce Perugia. Città di studenti, molti dei quali stranieri, luogo di un delitto come quello di Meredith che ha fatto parlare i giornali di mezzo mondo,  indicata da molti come punto di riferimento privilegiato per lo spaccio e il consumo di droga.

Reppucci si lancia in una appassionata difesa della città di cui è prefetto e sconfessa, dall’alto del suo osservatorio, chi vorrebbe dipingere Perugia come una sorta di capitale internazionale del traffico e del consumo di stupefacenti. Fin qui, niente di male, naturalmente. Ma il prefetto si fa prendere dalla foga e fa salire nella classifica delle sue argomentazioni un tema delicato, la responsabilità delle famiglie.

Le famiglie italiane potrebbero fare di più per tenere lontani i loro figli dalla piaga della droga? Trovare una risposta a questa domanda non solo non è facile, forse è addirittura impossibile. Anche perché le generalizzazioni rischiano di  suggerire conclusioni dettate da una lettura emozionale e non scientifica del fenomeno.

Precisato l’ambito in cui è doveroso che si muova chi voglia affrontare questa analisi con serietà, soprattutto se ha responsabilità istituzionali, è altrettanto incontestabile che non è troppo lontano dal vero chi oggi giudica blando, se non addirittura lassista l’atteggiamento delle famiglie nei confronti dei figli. Basta vedere, per averne la prova, come sia cambiato il rapporto studenti-insegnanti  nella scuola, dove sono all’ordine del giorno episodi di veementi proteste dei genitori per un voto scarso ottenuto dai loro ragazzi. E si badi bene, non stiamo parlando di voti insufficienti e tantomeno di bocciature, che, come tutti sanno, sono praticamente state depennate dal nostro ordinamento scolastico. Insomma oggi se nostro figlio non ha otto nove o dieci in pagella è solo colpa dell’insegnante. Che va invitato, con le buone, ma a volte anche con le cattive, a provvedere.

Se queste sono le condizioni ambientali, si può immaginare quante volte il prefetto di Perugia si sarà imbattuto in madri «negazioniste», tutt’ al più disposte ad ammettere che il loro figlio e la loro figlia si sono limitati a consumare qualche canna. Ma con l’aria di aggiungere: «e che sarà mai?».

E’ probabilmente pensando a questa tipologia di madre che il dott. Reppucci, abbia pronunciato la frase che non avrebbe mai dovuto dire: «se suo figlio si droga vuol dire che una madre ha fallito e quindi si deve solo suicidare», ha affermato il prefetto.

La frase, va detto senza se o ma,  non è stata solo politicamente scorretta: è stata soprattutto falsa. Chiunque abbia avuto una esperienza, anche solo in famiglia, con la droga, sa a quale martirio vanno incontro i genitori, soprattutto se non sono «negazionisti», ma sentono tutto il peso della responsabilità per i  propri figli.

Quindi il dott. Reppucci ha sicuramente sbagliato. Ma era il caso che il ministro degli Interni, lo sbattesse fuori senza dargli nessuna possibilità di riparare? Inoltre tanto zelo portava la firma di quello stesso ministro  che qualche ora prima aveva sbattuto in prima pagina il «mostro» di Yara, senza la benché minima precauzione di un condizionale. Alfano, diciamolo, è sembrato agire con il prefetto di Perugia con la stessa smania decisionista che era in uso ai tempi di Palazzo Venezia, soprattutto dopo che Claretta Petacci aveva soffiato nelle auguste orecchie: «E tu non fai niente?».

Ma non poteva bastare un richiamo nei confronti di un uomo che venti sindaci indicano come un esempio di rettitudine e di fedeltà al proprio lavoro?

Va bene accettiamo pure che sia il tempo della ghigliottina, e sotto a chi tocca.

Ma è così? Non proprio. Al Senato per i senatori, che non saranno più senatori, è rispuntato il comodo e ospitale rifugio dell’immunità. Con l’aggravante che tutti dicono che non la vogliano, ma nessuno, pur potendolo, fa qualcosa per rimuoverla.

«Sono disgustata dallo scaricabarile», si è sfogata Anna Finocchiaro  contro i suoi stessi compagni di partito.

Quegli stessi,  forse, che nel caso del prefetto di Perugia si sono sbrigati a soffiare nelle orecchie di Alfano: «E tu fai nulla? .