16 novembre 2019
Aggiornato 01:30
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Cantone: la vicenda Mose sembra più grave di Expo

Il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione: «Sembrerebbe coinvolto il sistema imprenditoriale, il sistema politico ma anche il sistema dei controlli: ufficiali della Guardia di finanza, un magistrato contabile: il quadro che emerge è di una corruzione davvero penetrante, che viene in qualche modo favorita dalla quantità enorme di denaro che gira quando si tratta di Grandi Opere»

ROMA - «Quello che sta emergendo in questa vicenda, che ovviamente deve essere vagliata dalla magistratura, è un sistema molto inquietante, ancora più di quello già grave venuto alla luce per Expo». Lo ha detto il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone commentando l'inchiesta sul Mose ai microfoni di «Prima di tutto» su Radio 1. «Nel caso del Mose - ha proseguito Cantone - sembrerebbe coinvolto il sistema imprenditoriale, il sistema politico ma anche il sistema dei controlli: ufficiali della Guardia di finanza, un magistrato contabile: il quadro che emerge è di una corruzione davvero penetrante, che viene in qualche modo favorita dalla quantità enorme di denaro che gira quando si tratta di Grandi Opere», ha concluso.

CAMBIARE REGOLE NON BASTA - «Ogni volta che accadono fenomeni corruttivi di questo tipo, giocoforza si parla di cambiare le regole. Però parliamoci chiaro: non possiamo certo pensare che con il solo cambiamento delle regole si possa evitare il ripetersi di situazioni così incancrenite in cui sono coinvolti controllati, controllori, ceto politico. Il sistema è veramente complicato, le regole sono uno degli aspetti su cui lavorare, ma è evidente che si tratta anche di fare scelte chiare sul piano della discontinuità politica e culturale», ha detto il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione. «Però, è innegabile che il sistema degli appalti vada ripensato. Tutti i Grandi eventi degli ultimi anni sono stati fatti con deroghe. Siamo al paradosso che le regole funzionano sugli appalti di medio-piccola grandezza, mentre in quelli di dimensioni più ampie, dove dovrebbe essere maggiore l'attenzione perché ci sono in ballo interessi maggiori, lì le regole non funzionano, non vengono applicate», ha concluso Cantone.

LA NORMA ANTICORRUZIONE TROPPO RECENTE - «Revocare un appalto laddove si individuino reati rischia di compromettere tutto il lavoro svolto per quella particolare manifestazione, ma è anche non facilissimo dal punto di vista tecnico-giuridico», ha detto Cantone. «Però da privato cittadino e da studioso del diritto - ha precisato - mi pare giusto affermare una cosa: nessuno deve poter ottenere vantaggio dalla propria attività delittuosa. Se uno ha vinto una gara di appalto attraverso un'attività corruttiva, diventa paradossale che continui a giovarsene, nonostante appunto lo abbia ottenuto nel modo fraudolento che sappiamo. E' un tema delicato, ma voglio dire che la legge anticorruzione del 2012 prevede che possano essere inserite nei contratti clausole tipo patti di integrità, che consentono la revoca del contratto laddove si ravvisino fatti di corruzione». Secondo Cantone «il problema nella fattispecie è che molti appalti sono precedenti all'introduzione della norma, e che molti soggetti appaltanti, purtroppo, non si stanno adeguando. Quindi torniamo al discorso di prima: è un problema solo di norme? Io faccio fatica a crederlo, francamente», ha concluso.