14 luglio 2020
Aggiornato 06:30
Giustizia & Riforme

I Consiglieri del Csm: Preoccupa il processo lungo

Il Plenum ne discute nel pomeriggio, i laici del Pdl annunciano battaglia

ROMA - Il Csm si prepara a 'bocciare' la proposta di legge sul processo lungo. Un insieme di norme che presenta per i consiglieri dell'organo di autogoverno della magistratura «gravi e motivate ragioni di preoccupazione», tanto da spingere a discuterne con urgenza nel pomeriggio in plenum. Una proposta di risoluzione presentata da cinque di loro, in rappresentanza di tutte le correnti togate e dei laici di centrosinistra: a firmarla sono stati Vittorio Borraccetti (Md), il laico di area Pd Guido Calvi, il togato indipendente Paolo Corder, Riccardo Curzio (Unicost) e Angelantonio Racanelli (Mi). Documento sul quale i laici Pdl annunciano invece battaglia, sia sul merito che sul metodo.

Il ddl all'esame del Senato «si caratterizza per l'evidente capacità di rallentare a dismisura la durata di tutti i processi penali attualmente in corso fatta eccezione per quelli per i quali sia stato già chiuso il dibattimento di primo grado», avvertono i consiglieri del Csm, sottolineando come l'intervento in questione abbia «dirette ricadute sul cuore dell'attività giudiziaria», da rendere «necessario» che il Consiglio intervenga. «Preoccupante» viene giudicata, in particolare, la norma che prevede l'applicazione delle novità ai processi in corso in primo grado, col rischio che debbano «ricominciare daccapo tutti».

I consiglieri del Csm denunciano anche l'incostituzionalità della norma in questione: «L'intervento proposto si muove in direzione opposta a quella prescritta dall'articolo 111 della Costituzione, il quale impone la ragionevole durata del processo»; così come «dirompente» viene considerato il combinato disposto delle norme sul cosiddetto processo lungo con cui «viene dilatata la durata dei processi» e quelle di riduzione dei termini di prescrizione cui cui «vengono di fatto negate le condizioni per pervenire ad un accertamento dei fatti oggetto delle imputazioni in tempi ragionevoli, con ciò vanificando ogni tentativo di offrire un servizio di giustizia efficiente per i cittadini».

A sottolineare l'urgenza di un intervento del Csm sulle norme all'esame del Senato è uno dei firmatari del documento che nel pomeriggio sarà discusso, Guido Calvi: «E' la morte del processo, a prescindere dall'incostituzionalità evidente», avverte il consigliere laico.

Nella risoluzione proposta i consiglieri elencano le novità previste dal ddl sul processo lungo. A cominciare dalla «inedita facoltà» introdotta per l'imputato «di interrogare personalmente i soggetti che lo accusano e non già solo attraverso il proprio difensore», il che avrebbe «una potenzialità intimidatoria sul teste». Inoltre «si vorrebbe introdurre - è scritto ancora nel testo - una sorta di diritto potestativo insindacabile alla prova, escludendo ogni possibilità da parte del giudice di valutare la natura manifestamente superflua o irrilevante delle prove richieste». In sostanza, osservano i consiglieri di Palazzo dei Marescialli, l'obiettivo è «affidare alle parti la dinamica processuale, privando il giudice della possibilità di gestire l'andamento del processo in funzione di un accertamento processuale che si svolga secondo i canoni costituzionali della ragionevole durata».

«La mancanza di un preventivo vaglio sulla rilevanza e superfluità delle prove richieste dalle parti potrebbe determinare - avvertono ancora i consiglieri - effetti paradossali, le cui conseguenze si rivelerebbero assai negativamente sui già dilatati tempi dell'accertamento processuale nei vari gradi di giudizio». Una norma che «appare quindi agevolare l'abuso del processo e legittimare le più varie tattiche dilatorie». p>

«Contraddittoria ed irrazionale» viene poi giudicata la norma che «da un lato consente l'acquisizione delle sentenze irrevocabili ai fini della prova dei fatti accertati e dall'altro impone di svolgere nuovamente un'istruttoria sugli stessi fatti, solo che l'imputato lo chieda». L'assenza di «un adeguato filtro selettivo» da parte del giudice «non potrebbe che determinare - mettono in guardia i consiglieri del Csm - un ulteriore abnorme allungamento dei tempi del dibattimento in misura potenzialmente illimitata».