23 gennaio 2020
Aggiornato 02:00
L'inchiesta «P3»

Berlusconi difende Caliendo: non possiamo essere ostaggio dei PM

Il Premier ragiona su una possibile rottura con Fini e fa i conti. Lo sfogo: «Mi fido di pochi»

ROMA - Ormai tra i parlamentari non c'è più chi si domanda 'se', ma soltanto come e quando. Che la rottura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sia ormai inevitabile è vulgata. Molto meno chiaro è come si consumerà. Anche perché il presidente del Consiglio ora è molto impegnato a contrastare quello che considera l'accerchiamento delle procure, come dimostrano la solidarietà e l'invito ad andare avanti rivolti al sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, da oggi indagato per violazione della legge Anselmi.

RESA DEI CONTI - Viste le acque agitate - viene spiegato - è lo stesso premier che sta riflettendo su tempi e modi della resa dei conti con il presidente della Camera. Potesse seguire soltanto l'istinto accadrebbe anche domani. «O c'è un segnale di raffreddamento da parte di Fini o la strada è ormai imboccata», ragiona un fedelissimo del premier. Di cosa si dovrebbe trattare? Per esempio di una telefonata. Ma che questo avvenga è nel campo delle cose improbabili.
Per questo si ragiona sul cosa fare. Tra le ipotesi c'è quella di un ufficio di presidenza (o anche una Direzione) in cui sancire: unità del Pdl o rottura. Potrebbe essere convocato anche prima delle vacanze, spiega un esponente di vertice del partito, anche per evitare lo stillicidio di interviste e scontri sulle prime pagine dei giornali per tutta l'estate. Ma ci sono anche consiglieri del premier che lo invitano a riflettere sul fatto che non si può certo mandare all'aria un partito con il 'generale agosto' che incombe.

I NUMERI - Il punto, però, è che le incognite all'orizzonte sono troppe per prenderle alla leggera. Perché il redde rationem, portato alle estreme conseguenze, potrebbe anche tradursi in elezioni anticipate. E allora, se è lì che si deve arrivare, bisogna fare bene i calcoli.
A palazzo Grazioli hanno iniziato a farli. I vertici del partito qualche giorno fa hanno consegnato a Silvio Berlusconi una tabella in cui si fanno i 'conti in tasca' ai finiani. Ed è la 'forbice' alla Camera a preoccupare, perché nel suo picco al rialzo la pattuglia potrebbe toccare quota 32-34: tanto basterebbe per costituire gruppi parlamentari autonomi, far traballare l'esecutivo a Montecitorio o addirittura e, secondo i più pessimisti, anche di tenere in vita un governo diverso per cambiare magari la legge elettorale. Va detto, però, che dalle parti del premier c'è la convinzione che se si arrivasse davvero al quid, in molti che ora si dicono finiani potrebbero tornare sotto l'ala del Cavaliere.

LA DIFESA DI CALIENDO - Ma in questo momento a turbare Silvio Berlusconi c'è anche l'attivismo delle procure che - ne è convinto - punta dritto a lui e a rovesciare la volontà popolare (anche con la 'complicità' del loro 'amico' Gianfranco Fini). Per questo il presidente del Consiglio ha difeso in una nota Caliendo. La politica - è la linea dettata dal premier - non può essere ostaggio dei pm. Anche perchè qui il bersaglio cambia di settimana in settimana con il solo obiettivo di colpire al cuore il governo. Dunque Berlusconi continua nella difesa a spada tratta dei 'suoi' uomini. E questo vale anche per Denis Verdini, sebbene ci sia il timore che presto il coordinatore nazionale del Pdl venga raggiunto da provvedimenti più pesanti. Eppure, ad alcuni amici che frequentano sovente Arcore, il Cavaliere ha avuto modo di confidare la sua volontà - al più presto - di mettere mano al partito. E in quel caso non si tratterebbe soltanto si spostare questa o quella pedina. Ma di una specie di rivoluzione. «Ormai - si sarebbe sfogato Berlusconi - le persone di cui mi fido si contano sulle dita di una mano. Ma non posso allontanare collaboratori a cui do la mia fiducia da anni, qui non siamo a Mediaset dove basta dare una ricca buonuscita».