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Quell'altra faccia magica della sharing economy

Una cena Gnammo per parlare di sharing economy, per capire che l'innovazione la fanno prima di tutto le persone che hanno voglia di reinventarsi. E che la condivisione (anche virtuale) è il nuovo modo di rincontrarsi nella realtà

TORINO - Seduti attorno a un tavolo si parla di sharing economy. Nessuno di noi si conosce. Ci siamo ritrovati in una casa, a Chieri, una bellissima cittadina poco distante da Torino. C’è da dire che la location sa il fatto suo: un’abitazione ristrutturata in quello che era l’antico ghetto ebraico. Sarà che Cristina, la cuoca, ha arredato tutto in modo impeccabile. Sarà che l’occasione di trovarsi a tavola con persone sconosciute dà la possibilità di raccontarsi in modo nuovo, innovativo. Nessuno sapeva dell’esistenza dell’altro prima di quel momento, eppure tutti conoscono Gnammo, la piattaforma di social eating che dà la possibilità a cuochi e appassionati del mondo della cucina di cucinare per gli altri, per quella che - in gergo virtuale - chiamiamo community. E’ questa l’innovazione, la sharing economy di cui tutti parlano. E allora al diavolo i telefonini. No, quelli non sono innovazione. Sono lo strumento che la permette. Perché l’innovazione non è qualcosa di strettamente legato alla tecnologia: è un cambiamento, un processo culturale che ci sta coinvolgendo e, forse, nessuno se ne rende conto.

E allora parliamo di questa sharing economy che altro non è che la voglia e la capacità di condividere il proprio sapere, il proprio servizio, le proprie possibilità con gli altri, per crearne di nuove, possibilità. Parliamo di quel popolo che la sharing economy la fa, che in barba alla crisi, alle porte sbattute in faccia e a quell’entità che si chiama Stato che a volte ci succhia via un bel po’ di risorse, ha avuto la voglia di reinventarsi. «Io non posso smettere di cucinare - mi dice Cristina -. Sarei una donna persa senza poter stare ai fornelli». E Gnammo, che si fonda sulla sharing economy, di fatto, le ha dato la possibilità di condividere la propria casa, pentole, posate e frigorifero con una community - quella di Gnammo - che conta 200mila utenti. E, così, davanti a un piatto di spaghetti al cetriolo (buonissimi) quella community si racconta, riscopre il piacere di condividere, parlare, assaporarsi. C’è una donna con la passione della pasticceria che parla del figlio ballerino, una coppia di ragazzi che produce olio, c’è Cristiano Rigon, co-fondatore di Gnammo, che ci racconta come questa startup ha preso piede. Storie diverse, persone diverse unite sotto un’unica parola: innovazione. Non ci sono telefoni sul tavolo, ma persone che sì, grazie a Internet, si sono incontrate. Perché forse forse è proprio Internet la vera grande rivoluzione di questa epoca che dà possibilità, dà servizi, opportunità che prima non esistevano. «Esiste un bisogno validato da uno studio della Comunità Europea che sta portando le persone a cercare nuovamente un contato umano - mi dice Cristiano -. E noi di Gnammo come vision ci siamo prefissati proprio questo, di portare la rete a essere strumento per la creazione di relazioni umane. La sharing economy, permette di mettere le persone al centro e di riutilizzare beni e servizi che possono o meno essere inutilizzati per generare da una parte un microreddito per questi ultimi e dall’altra la possibilità di incontrare persone nuove».

Ed è così. A fine cena ognuno di noi si è scambiato il proprio numero di cellulare, si sono formate nuove opportunità di collaborazione lavorativa, si è conosciuta quella persona che, perché no?, potrebbe darci davvero una mano in quello che vogliamo fare in futuro. Ci siamo incontrati grazie alla rete e grazie alla rete continueremo a condividere. C’è spesso la tendenza a considerare la sharing economy come qualcosa di strettamente economico e, per questo, a volte ostacolare l’iniziativa imprenditoriale. Il punto è che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione che, come dice Franca Braga di Altroconsumo, rende il consumatore sempre più partecipe, sempre più desideroso di vivere un’esperienza. Ecco che la sharing economy diventa un’opportunità, importante, che non può e non deve essere sottovalutata. Nel frattempo spero che Cristina mi insegni a fare quegli spaghetti ai cetrioli che mi hanno fatto amare proprio quell’ortaggio che tendenzialmente non assaggio mai. Anche questa è innovazione.