6 dicembre 2019
Aggiornato 05:30
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Potreste pagare per restare su Facebook?

Le indiscrezioni arrivano da Bloomberg. Facebook starebbe conducendo delle ricerche per capire se gli utenti potrebbero essere attratti da un’opzione a pagamento

Potreste pagare per restare su Facebook?
Potreste pagare per restare su Facebook? Shutterstock

MILANO - Sareste disposti a pagare per restare su Facebook? Una domanda ultimamente molto ricorrente, soprattutto dopo lo scandalo Cambridge Analytica, che ha messo in luce l’uso improprio che i colossi tecnologici fanno dei nostri dati personali. Già, perché laddove un servizio viene offerto gratuitamente, di solito, il prezzo siete voi. E il prezzo di cui stiamo parlando altro non è che il valore delle servizi prodotti attraverso i dati che lasciate girovagando per il web che, sì, possono avere un valore economico bello e buono. Ora, lo scandalo Cambridge Analytica sembra aver rimesso Mark Zuckerberg sui binari, tanto far ipotizzare a Bloomberg che l’azienda stia valutando di introdurre un servizio a pagamento.

Secondo la testata americana Facebook starebbe conducendo delle ricerche per capire se gli utenti potrebbero essere attratti da un’opzione a pagamento. In cambio, visto che ci siamo, l’azienda potrebbe esimersi dall’utilizzare le nostre informazioni per scopi pubblicitari. Quindi il nuovo Facebook sarebbe più che altro una cozzaglia di post, foto o articoli a piacere. Naturalmente senza l’ombra di slogan pubblicitari. Non si tratta di un’assoluta novità: già negli scorsi Facebook aveva condotto ricerche di questo genere, salvo poi interrompere la strategia a fronte di utenti non troppo inclini a versare una «tassa» per poter rimanere sul social network. Con l’uso spasmodico dei dati, tuttavia, gli interessi e le necessità della community potrebbero essersi modificati considerevolmente.

Oggi, il social network genera la quasi totalità del suo fatturato (41 miliardi di dollari nel 2017) dalla vendita di dati personali utilizzati per le pubblicità mirate; ma questo non esclude che si possa creare una versione parallela. Ritornare un po’ alle origini, diciamo, quando Facebook era utilizzato solo per scopi personali e non aziendali. «Abbiamo sempre pensato ad altre forme di monetizzazione, compresi gli abbonamenti, e continueremo a fare queste valutazioni», aveva detto la chief operating officer di Facebook, Sheryl Sandberg, durante la presentazione dell’ultima trimestrale.

La strategia potrebbe avere qualcosa a che fare anche con gli ultimi rumors relativi alla pubblicità su WhatsApp. Recentemente, infatti, pare che Facebook stia considerando di introdurre la pubblicità sulla piattaforma di istant messaging. Le ipotesi si sono fatte più concrete soprattutto dopo l’uscita di scena di Jan Koum, ex socio fondatore di WhatsApp (l’altro, Brian Acton, aveva lasciato già a novembre). Secondo il Washington Post, la decisione di Koum sarebbe da attribuirsi a uno scontro inconciliabile sul desiderio di Facebook di utilizzare i dati degli utenti a scopo pubblicitario, in parte indebolendo la crittografia end-to-end che protegge i messaggi da persone diverse dal destinatario (neppure WhatsApp può leggere le nostre conversazioni). Insomma, togli da una parte per mettere dall’altra.

Intanto tra gli esperti continua il dibattito sulla capitalizzazione dei nostri dati, i cosiddetti big data. Se da una parte è vero che i dati sono restituiti alle aziende in formato anonimo, è anche vero che, come consumatori, non sappiamo esattamente quali sono tutte le informazioni che i giganti del web raccolgono sui nostri comportamenti. In questa direzione, l’articolo 20.1 del nuovo Regolamento Generale per la protezione dei dati personali (GDPR) crea un nuovo diritto per gli interessati del trattamento, Il c.d diritto alla portabilità dei dati che consente ai consumatori di ricevere i loro dati personali, forniti ad un titolare del trattamento, in modo strutturato, comunemente usato e leggibile da un elaboratore. Di fatto, se viene riconosciuto il diritto di proprietà sui propri dati, allora va da sé che il consumatore deve diventare parte integrante della negoziazione di compravendita e, quindi, in parole povere, avere diritto a un compenso.

Ma tra pagarci per i nostri dati e farci pagare la pubblicità, quale opzione sceglierà Mark?