11 dicembre 2019
Aggiornato 02:30
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Google cerca startup per migliorare il suo assistente virtuale

Google afferma di cercare startup che «ampliano il set di funzionalità dell’assistente o stanno costruendo nuovi dispositivi hardware per gli assistenti digitali»

Google cerca startup per migliorare il suo assistente virtuale
Google cerca startup per migliorare il suo assistente virtuale Shutterstock

MILANO - Siamo entrati ufficialmente nell’era in cui la questione di quale sistema operativo si utilizza si pone in secondo piano rispetto all'assistente virtuale che si lascia entrare nella propria vita. L’entrata in scena di Google Home, nella nostra penisola, la dice lunga su quella che è solo l’ultima grande sfida dei colossi tecnologici per farci parlare con la loro tecnologia. Da Siri ad Alexa, da Google Assistant a Bixby (sì, anche Bixby di Samsung), gli assistenti virtuali sono tutti soldati nell'ultima battaglia del mondo tecnologico per la nostra attenzione.

Secondo uno studio condotto da Capgemini tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, i consumatori stanno sviluppando una forte preferenza nell’interazione con le aziende tramite assistenti vocali. Circa un quarto degli acquirenti preferirebbe utilizzare un voice assistant anziché un sito web. Tuttavia, si stima che nei prossimi tre anni questa percentuale crescerà fino a raggiungere il 40% e quasi un terzo interagirà con un’assistente vocale invece di recarsi in un negozio fisico o presso una filiale bancaria, rispetto al 20% registrato oggi.

Naturalmente la concorrenza è spietata. Le scorse festività natalizie hanno visto un vero e proprio boom di ordini relativi agli speaker intelligenti di Amazon (Echo Dot e pulsanti Echo), implementati con l’assistente Alexa ormai installato da milioni di persone. Ed è la sfida diretta contro Amazon ad aver probabilmente spinto Google a puntare sulle startup per migliorare il suo assistente. Google sta spingendo per fare in modo che i programmi di intelligenza artificiale diventino la caratteristica essenziale di qualsiasi nuova tecnologia. Ed è pronta a supportare le statuto con consigli e fondi purché siano in grado di «far progredire le possibilità di ciò che gli assistenti digitali possono fare».

In particolare Google afferma di essere alla ricerca di startup che «ampliano il set di funzionalità dell’assistente, stanno costruendo nuovi dispositivi hardware per gli assistenti digitali o che si concentrano su un settore particolare come viaggi, giochi o ospitalità». Il nuovo programma dovrebbe prevedere investimento di capitali da parte di Google per assicurare una solidità economica alle startup, consigli da parte delle figure professionali di Google, accesso in anteprima alle ultime novità dei servizi Google e alla piattaforma Google Cloud Platform.

Un approccio simile ha aiutato Amazon a conquistare il primo posto nel mercato competitivo degli assistenti vocali. Amazon ha aperto Alexa a sviluppatori e produttori di dispositivi nel 2015 e ha costantemente aggiunto nuovi modi per costruire Alexa in prodotti e applicazioni. Amazon ha lanciato il suo Alexa Fund, un fondo digitale orientato agli assistenti, nel 2015. Il fo ndo da 100 milioni di dollari è destinato ad ampliare i confini dell'interazione vocale. A febbraio il gigante della tecnologia aveva investito in oltre 30 startup.

C’è da dire, tuttavia, che Google ha dalla sua l’intelligenza: il suo assistente, infatti, sarebbe quello più smart rispetto a tutti gli altri. Stone Temple Consulting ha messo i primi quattro assistenti virtuali uno contro l'altro per misurare due metriche: a quante domande avrebbero risposto, e a quante di queste avrebbero risposto in modo completo e corretto. L'applicazione per smartphone Google Assistant ha sormontato Alexa di Amazon, Microsoft Cortana e Apple Siri in entrambe le metriche.