18 novembre 2019
Aggiornato 01:30
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Privacy, big data e Facebook: come cambierà (o no) il nostro internet

Come potrebbe cambiare il nostro internet e i nostri social network dopo le norme sulla privacy

Privacy, big data e Facebook
Privacy, big data e Facebook Shutterstock

ROMA - La data è fissata per il prossimo 25 maggio, giorno in cui entrerà in vigore il tanto temuto quanto atteso GDPR. Una normativa europea approvata col fine di offrire agli utenti un controllo maggiore dei propri dati che, all’indomani dello scandalo Facebook e Cambridge Analytica, sembrano essere diventati una vera e propria miniera d’oro. Dati di cui non c’era mai importato prima e che ora reclamiamo con gran forza, dopo che la realtà dei fatti è venuta a galla con tutto il suo clamore. Quella che è in procinto di avviarsi, tuttavia, potrebbe essere una vera e propria rivoluzione di internet e dei social network. Mascherata, camuffata, non totalmente visibile a occhio nudo, ma pur sempre una rivoluzione.

Il diritto alla portabilità dei dati è già esso stesso una rivoluzione. L’utilizzo di tutti i dati che lasciamo a zonzo navigando per il web «sarà possibile solo richiedendo il consenso specifico al consumatore, che potrà ricevere in formato elettronico tutte le informazioni raccolte su di lui. Le aziende web, nel momento in cui il cittadino decide di chiudere un account digitale, saranno infatti obbligate a restituire in formato elettronico il suo ‘user record’ con tutte le informazioni raccolte, cancellando tutti i suoi dati», ci spiega Alessandro Sisti,  professore di Data Driven Marketing & Advertising alla Luiss Business School e alla Business School 24 di Milano e autore del libro DigitalTransformation War: Retailer Tradizionali vs giganti dell’e-commerce.

Ma cosa significa questo per le aziende? «La costruzione di profili generati unendo i dati di prima parte (cioè posseduti da chi gestisce un sito e/o un servizio web, come i giganti Google e Facebook) e  dati di seconda e terza parte, acquistati da Data Provider specializzati che fanno questo di mestiere (Acxiom, Datalogix – (Oracle Data Cloud), Experian, etc) sarà più difficile, poiché il GDPR impone al controllore dei dati (cioè l’azienda titolare del sito e/o del servizio web) di verificare che i processori (cioè i Data Provider) abbiano chiesto il consenso specifico all’utilizzo dei dati del consumatore. Con la conseguenza che le aziende dovranno controllare meglio i dati che utilizzano, rinegoziando i contratti con i Data Provider e cancellare dalla propria lista fornitori di dati poco trasparenti», continua Sisti.

Ma quello che ci preoccupa maggiormente oggi è Facebook e l’utilizzo dei nostri dati per scopi pubblicitari, politici ed economici. Lo scandalo Cambridge Analytica ha sollevato un polverone mediatico di massa che ha spinto addirittura imprenditori di comprovata fama (come il co-founder di WhatsApp o Elon Musk) a cancellare i propri account Facebook. Zuckerberg si è detto disposto a collaborare, rivoluzionando la propria infrastruttura per aderire alle norme comunitarie più restrittive sulla privacy. Ma cosa cambierà per noi utenti? Ci troveremo di fronte a un internet completamente diverso? «Nel mondo moderno digitale non conta il settore in cui operi, ma i dati che raccogli intorno alle transazioni. I Big Data sono quindi il vero business, che genera ricavi miliardari per i giganti della pubblicità Google e Facebook, ma anche per Amazon, che solo nel 2017 si stima abbia incassato tra i 7 e 10 miliardi di dollari in Trade Marketing Services per i suoi clienti B2B - ci spiega il professor Sisti -. Gli utenti dovrebbero maturare la consapevolezza di un diritto allo sfruttamento economico dei propri big data, prodotti semplicemente navigando sulla rete o facendo transazioni di acquisto online e nel mondo reale. Dal punto di vista degli utenti, in termini di customer experience online invece non cambierà nulla, rinunceremo soltanto ad alcune personalizzazioni dell’interfaccia web rispetto al nostro profilo (se decidiamo per esempio di navigare in anonimo, per proteggere i nostri dati), o non potremmo accedere a servizi gratuiti senza acconsentire all’utilizzo dei nostri big data per scopi commerciali, come la rivendita a fini pubblicitari».

Ma il professor Sisti è un ardito sostenitore del diritto di proprietà dei nostri dati e del loro conseguente sfruttamento economico. In buona sostanza, dovremmo essere pagati per i dati che mettiamo a disposizione e che sono praticamente di pubblico dominio. Dati che alle Big Tech fruttano miliardi. Ed è quanto mai vera l’affermazione secondo cui ‘se qualcosa è gratis, il prezzo sei tu’. «Io personalmente, sarei più contento se Facebook quotasse i suoi servizi con un abbonamento mensile, piuttosto che dirmi che potrò navigare gratuitamente nel social network per sempre - dice Sisti -.  Del resto anche l’Antitrust italiano sta finalmente indagando per verificare se quel messaggio di utilizzo gratuito non sia ingannevole per il consumatore, visto il business dei big data con cui l’azienda di Zuckemberg ha fatto 40 miliardi di dollari di ricavi, con un + 67% rispetto all’anno precedente».

Il GDPR, in buona sostanza, dovrebbe quindi cambiare il modus operandi delle aziende in quello che è lo sfruttamento dei nostri dati. Siamo chiari, non avranno meno dati a disposizione. Ne avranno la stessa quantità, se non di più - ma dovranno utilizzarli con più «parsimonia». La violazione delle norme, però, potrebbe non essere così semplice da scoprire, dato che i ravvedimenti dei monopolisti, nella storia economica, sono piuttosto rari. Il professor Sisti ci spiega che accedere ai server dei giganti digitali è praticamente impossibile. I cinesi, ad esempio, hanno obbligato Apple a mettere i propri servizi cinesi sul Cloud Big Data Industry, una società creata e finanziata a Guizhou nel 2014, che ha stretti legami con il governo e il Partito comunista cinese. «Qui il motivo che spinge il governo cinese, è il controllo del comportamento degli utenti cinesi. Ma non è una mossa da sottovalutare. Al netto del GDPR, io sarei più tranquillo se i miei dati fossero sul cloud di un’azienda italiana o un ISP su cui il governo italiano possa effettivamente verificare quale utilizzo ne viene fatto dai giganti del web, attraverso controlli della guardia di finanza e della polizia postale, autorizzati dalla magistratura».

Ma il professor Sisti si spinge ancora più avanti. «Ogni paese dovrebbe fornire un servizio universale di identità digitale, in cui confluiscono tutti i dati di navigazione dell’utente, che ha un account su un database di proprietà di una società a partecipazione pubblica. Invece che loggarmi su servizi web attraverso il Facebook Login e/o Google Login, potremmo farlo con il nostro Universal Login, controllando quindi esattamente, con impostazioni di privacy del nostro account, modificabili, quali dati siamo disposti a cedere, e quale remunerazione siamo disposti ad accettare per la singola vendita». Ma questo potrebbe essere solo un sogno, come scherza lui. Lo scandalo Facebook, tuttavia, potrebbe aver avuto un pregio: quello di rendere più consapevoli i cittadini sull’utilizzo delle nuove tecnologie.