22 ottobre 2018
Aggiornato 00:30

La campagna elettorale e il digiuno digitale: «Nessuno parla alle startup»

I commenti del presidente di Assofintech sulle azioni politiche e sulle richieste al nuovo Governo
Elezioni a digiuno digitale: «Certo, nessuno parla con le startup»
Elezioni a digiuno digitale: «Certo, nessuno parla con le startup» (Shutterstock.com)

MILANO - Un paese, per crescere, ha bisogno di startup. Ne è convinto Yossi Vardi, padre del miracolo delle startup di Israele. Un mercato che (forse) è prossimo alla saturazione, ma la cui vocazione e sistema, ha tanto da insegnare. Per un paese che ha unito le forze, capillarmente, e sfornato scaleup a livello internazionale, è questo il modello da seguire: l’impresa innovativa, che porta lavoro, crea autonomia e fiducia in se stessi, soprattutto quando si fallisce.

In Italia a questo «punto» di consapevolezza non ci siamo ancora arrivati e forse è pure già scaduto il tempo per arrivarci. E pure ora, nel pieno turbinio di una campagna elettorale che potrebbe non avere né vinti né vincitori, assistiamo all’ennesimo digiuno digitale, di principio. O di concetti messi lì (nei programmi, ndr.) quasi a caso. Nel testo dei pentastellati è pure apparso un capitolo Fintech, senza - tuttavia - definire una chiara linea politica per il suo sviluppo. Eppure il Fintech è uno di quei settori a più alto potenziale di crescita: secondo il provider di statistiche Usa Statista.com, nel 2018 il Fintech sarà la più grande industria dell’economia globale. In servizi di tecnologia finanziaria si investiranno 8 miliardi di dollari.

Di interventi in questi 5 anni di legislatura ne sono stati fatti, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato. «I dati sugli investimenti da parte di venture capital su iniziative tech nel 2017 dimostrano che l’Italia rimane fanalino di coda con meno di 100 milioni investiti rispetto a quasi 20 miliardi in Europa (di cui 7,5 miliardi in UK) - ci ricorda Fabio Brambilla, presidente di Assofintech -. Le ragioni sono molteplici: sia lato startup (che per numerosità sono nettamente inferiori rispetto ad altre geografie), sia lato investitori istituzionali e venture capital (che sono numericamente e dimensionalmente nettamente inferiori rispetto ad altri paesi). Questa analisi è naturalmente estendibile al settore Fintech che denuncia (a parte 3/4 realtà) un certo ritardo non solo rispetto a UK, Germania e Francia ma anche rispetto alla Spagna, al nord ed est Europa».

Evidentemente qualcuno ha sbagliato sin dalla base, da quando i bambini compiono il primo passo per diventare grandi, il primo giorno di scuola. «La vera differenza rispetto agli altri Paesi nasce sia da alcune carenze nell’ambito scolastico (basta paragonare il numero di laureati in ingegneria in Italia rispetto ai Paesi sopra menzionati) sia nell’ecosistema, che non spinge e favorisce innovazione». In questo caso Fabio parla di pochi poli tecnologici capaci di fare sistema con le realtà del territorio, irrisorie agevolazioni per startup e pochi venture capital italiani.

Per Fabio, la prima cosa da fare a livello istituzionale, è sfruttare l’enorme successo che hanno riscosso i Pir (oltre 12 miliardi di euro raccolti, non solo per investire in società quotate ma anche in società non quotate attraverso fondi ad hoc gestiti dalle istituzioni. «Cosi facendo ci sarebbe un grosso stimolo su tutte le startup che si scontrano in Italia con una mancanza strutturale di investitori e capitali». Una strada già tentata la scorso anno dall’onorevole Silvia Fregolent, poi non andata a buon fine (il testo prevedeva l’obbligo di destinare il 3% dei Pir alle casse di venture capital nazionale).

Anche perchè, come dicevamo, i programmi elettorali sono piuttosto scarsi quanto a digitale. Anzi, per certi aspetti la tecnologia sembra quasi un nemico da combattere, tra un Salvini propenso a tassare i robot (come Bill Gates, ndr.), un Berlusconi che se ne lava le mani e un Renzi timoroso di perdere posti di lavoro. Malgrado tutti, in qualche modo, si siano detti disponibili a sostenere l’innovazione. Ma che cos’è a questo punto l’innovazione che intendono? «Al momento non ci sembra che nessun programma elettorale spinga in particolare modo sull’innovazione - ci dice Brambilla -. Sarebbe necessario un presidio continuativo da parte del governo (monitorando anche sviluppi e stato di avanzamento) e un dialogo continuo con le associazioni di categoria come Assofintech per mettere a fuoco ed indirizzare le carenze strutturali che stanno penalizzando le startup tech in Italia».