21 febbraio 2019
Aggiornato 23:30
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«Ricerca? Le migliori occasioni le ho trovate in Italia»

Renato Ostuni si definisce un 'prodotto' locale, ha studiato in Italia e in Italia ha svolto le sue attività di ricerca: «Emigrare deve essere una scelta, non l'unica possibilità»

Renato Ostuni
Renato Ostuni

VARESE - «Quando mi chiedono perchè non sono andato all’estero, spesso sorrido: l’Italia mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno. Non che l’estero non sia una valore aggiunto. Anzi, il mio curriculum può risultare anche un po’ scarno dato che non ho esperienze al di fuori del nostro Paese. Emigrare dovrebbe essere una scelta, non una costrizione perchè in Italia non ci sono possibilità».

Rimanere in Italia
Si definisce un ‘prodotto locale’ Renato Ostuni, 34 anni, una laurea in biotecnologie all’Università pubblica Bicocca di Milano, un dottorato, sempre in Bicocca, e un ‘post dottorato’ di 5 anni allo IEO. Oggi dirige l’equipe di ricerca di «Genomica del Sistema Immunitario Innato» al SR- Tiget, Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica, joint venture tra IRCCS Ospedale San Raffaele e Fondazione Telethon. Un percorso interessante il suo, tanto per i successi raggiunti, quanto per il fatto che questi siano stati raggiunti nel nostro Paese, ormai conosciuto anche all’estero per la cosiddetta ‘fuga di cervelli’. Renato, invece, nel Belpaese c’è rimasto per volontà, perché qui ha tra trovato le migliori opportunità per se stesso: «Il meglio, per me, è stato rimanere in Italia». Tanto da essere uno dei 43 ricercatori italiani, dei quali solo 3 lavorano in Italia nel settore «Life Sciences», a vincere l’«ERC Starting Grant» 2017, il più prestigioso finanziamento in Europa per giovani ricercatori all’inizio della loro carriera indipendente, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca (European Research Council) per un valore di 1,5 milioni di euro in 5 anni.

Il progetto
Il progetto di ricerca vincente ha l’obiettivo di indagare i meccanismi molecolari con cui il tumore al pancreas inganna le cellule del sistema immunitario per evitare di essere riconosciuto ed eliminato. Nello specifico, il gruppo del dottor Ostuni utilizzerà approcci avanzati di genomica, biologia computazionale e terapia genica per identificare nuovi target molecolari e sviluppare strategie in grado di riprogrammare geneticamente cellule specifiche del sistema immunitario (i macrofagi) affinché stimolino risposte anti-tumorali più efficaci.

La difficoltà nel reperire fondi
Dell’Italia che non va, Renato, parla principalmente della mancanza di fondi, che nella maggior parte dei casi non permettono ai ricercatori di garantire degli stipendi dignitosi al proprio team. Quelli statali sono esigui, non sono sufficienti per mantenere un laboratorio e hanno una tempistica spesso aleatoria. «Difficilmente i bandi sono a cadenza regolare ed è per questo che è complicato pianificare le attività e prepararsi adeguatamente alla possibilità di ricevere o meno dei finanziamenti - racconta Renato -. Lo stesso discorso vale per l’erogazione dei fondi, che spesso avviene dopo molto tempo dalla pubblicazione dei risultati del bando», meccanismo questo che - sovente - fa inceppare il sistema.

I finanziamenti pubblici e le partnership industriali
Invece, la chiave di volta per sviluppare la ricerca accademica e colmare il divario con la sua applicazione clinica potrebbe essere l’integrazione tra finanziamenti da parte di enti pubblici, no-profit e partnership industriali. Spesso, infatti, per completare questo lungo percorso sono necessarie competenze e risorse variegate. Un esempio dei risultati di questo connubio virtuoso è Strimvelis, la prima terapia genica ex vivo con cellule staminali ematopoietiche per il trattamento di una rara malattia genetica chiamata ADA-SCID. Questo importante risultato è il frutto della collaborazione tra Istituti di Ricerca (IRCCS Ospedale San Raffaele e SR-Tiget), enti no-profit (Fondazione Telethon) e aziende farmaceutiche (GlaxoSmithKline). Questo modello vincente dovrebbe spingere le realtà accademiche italiane a sviluppare maggiormente la cultura della protezione della proprietà intellettuale e della sua valorizzazione attraverso collaborazioni industriali. Meccanismo che, invece, è più rodato in altri paesi.

L’eccellenza delle nostre Università
Il punto è che, a forza di parlare dei problemi italiani, anche i ricercatori esteri qui, sul nostro territorio, stentano a mettere piede. Nonostante la nostra formazione universitaria sia una delle migliori, nonostante strutture davvero all’avanguardia e una tradizione che risale alla notte dei tempi. Un piccolo dato: dal 2000 PNICube, l’associazione nazionale degli incubatori italiani, ha visto la creazione di 1.200 spin-off con un fatturato medio di 220mila euro che, confrontandolo con quello delle startup (fatturato medio 152mila), risulta superiore del 25%. In questo senso la ricerca giova alla crescita delle startup, proprio per la completezza dei suoi percorsi di formazione. «Una città come Milano, per la mia esperienza, può davvero offrire molto - dice Renato -. Certo, bisogna studiare e impegnarsi, senza ombra di dubbio. Ma rimango titubante nei confronti di chi spesso mi dice che scappare è l’unica soluzione, come gli fosse stato inculcato a priori».

Una scelta, non l’unica possibilità
Forse, un po’, è anche colpa nostra, dei media, che accendiamo troppo spesso i riflettori sulle cose che non funzionano, invece di concentrarci sulle eccellenze che ci sono e che qui in Italia hanno trovato il loro posto: «Non escludo di lavorare all’estero in futuro - conclude Renato -. Ma sarà solo se ciò mi offrirà le condizioni migliori per raggiungere i miei obiettivi, professionali e personali. Una scelta, non l’unica possibilità».