23 ottobre 2019
Aggiornato 19:30
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Cinque giovani italiani potrebbero salvare le nostre città dalla crisi idrica

Cinque ragazzi stanno studiando un sistema di reti intrappola-nebbia capaci di trasformare la rugiada in acqua. I moduli potrebbero, in futuro, affiancare l'attuale rete idrica nazionale

Cinque giovani italiani potrebbero salvare le nostre città dalla crisi idrica
Cinque giovani italiani potrebbero salvare le nostre città dalla crisi idrica Shutterstock

MILANO - Entro il 2050 la domanda globale di acqua salirà del 55%. La crisi idrica non rappresenta più un problema solo dei Paesi in via di sviluppo, ma il suo peso comincia ad essere percepito anche in Europa e nell’America del Nord. Malgrado la crisi idrica a cui abbiamo assistito in questa torrida estate sia stata pesantemente causata dalla dispersione idrica (tubature obsolete) laddove circa il 35% dell’acqua si perde praticamente nel nulla, studiare nuovi sistemi di approvvigionamento che possano coadiuvare, in qualche modo, l’attuale rete idrica, è un passo fondamentale per raggiungere una più equilibrata distribuzione dell’acqua, anche nel nostro Paese.

La rete idrica italiana
Di fatto, il 60% della rete e delle infrastrutture italiane ha più di 30 anni, il 25% ha più di mezzo secolo di vita e, se questi dati non fossero già allarmanti, nelle grandi città sono ancora più alti. La rete idrica italiana è costituita per il 33% di plastica, per il 28% di ferro o acciaio, per il 24% di ghisa e per il 12% di cemento, oltre ad altri materiali utilizzati in modo meno massiccio. A questi numeri si aggiunge anche la percentuale di cittadini (11%) che non può fare affidamento su un servizio di depurazione delle acque, piaga che - peraltro - ci è costata una multata da 60 milioni di euro, commissionata dall’Unione Europea. Di fronte a questi dati, possiamo ipotizzare che è giunto il momento, per l’Italia, di pensare a soluzioni innovative che possano viaggiare parallelamente rispetto a un sistema idrico che, per usare un eufemismo, fa acqua da tutte le parti.

Le reti intrappola-nebbia
L’obiettivo è trovare soluzioni che siano potenzialmente applicabili in ambito urbano. E’ ciò che stanno cercando di fare 5 studenti dell’Alta Scuola Politecnica dei Politecnici di Milano e Torino con il progetto WaLi (WAter for Life). Attraverso reti tessili approntate ad arte rispetto ai venti prevalenti è possibile intrappolare gli ammassi nebbiosi che si creano per sbalzi di temperatura e umidità raso terra, trasformare le gocce di rugiada attraverso le maglie di tessuti tesati come paratie verticali lungo i campi coltivati e le pareti edili e ricavarne acqua potabile adatta all’irrigazione o intrappolare aria inquinata nelle aree urbane.

Applicabilità in città
«Dopo vari test abbiamo pensato che un sistema di reti urbano potesse assolvere anche una funzione educativa e quindi sensibilizzare la cittadinanza nei confronti delle tematiche idriche - ci racconta Gloria, del team WaLi -. Il nostro è un progetto modulare ed espandibile che permette di convogliare l’acqua raccolta nella cisterna principale attraverso delle tubature da dove è possibile vedere effettivamente l’acqua raccolta. Al modulo principale possono poi essere aggiunti altri moduli anche all’interno di aree verdi od orti urbani, i quali possono essere a loro volta irrigati attraverso questo sistema». Il team ha pensato anche all’aspetto più educativo del progetto, prevedendo l’installazione di un padiglione informativo e interattivo attraverso il quale diffondere un più corretto e sostenibile uso dell’acqua.

Quanta acqua possono produrre
Gli intrappola-nebbia sono ben noti e utilizzati in Perù e Cile e sono oggetto di studio di differenti centri universitari nel mondo. La vera sfida era rendere questi dispositivi usati principalmente nelle aree extraurbane, adatti anche alle città e alle loro condizioni climatiche. A seconda delle varie tipologie di nebbia, infatti, si possono avere risultati differenti. Di fatto queste innovative reti anti-nebbia, costruite in alluminio, potrebbero essere usate nei centri abitati adiacenti a montagne e a bacini d’acqua (mare o laghi). «Abbiamo stimato, per 13 metri quadri di reti, di poter produrre dai 90 ai 150 litri di acqua al giorno, in condizioni ottimali - ci dice Gloria -. Abbiamo poi dotato le reti di sensoristica intelligente e dispositivi smart per aumentare l’efficienza e per capire la direzione del vento, in modo tale da orientare i pannelli nella giusta direzione».

(Politecnico Milano)

Un intrappola-nebbia in tutte le case
Aree costiere e Pianura Padana, al momento potrebbero essere le aree più indicate per avviare la sperimentazione. Con i suoi grandi grattacieli, ad esempio, Milano si appresta ed essere la città più indicata per questo tipo di tecnologia. «La grande estensione di questi edifici permetterebbe una più facile applicazione dei moduli, ognuno dei quali ha una dimensione di circa 3 metri quadrati, ed avere un buon risultato in termini di volume d’acqua raccolta», ci dice Gloria. Sistemi come questi, quindi, potranno essere in futuro molto utili per integrare l’attuale rete idrica. «Sarebbe bello poter vedere le nostre reti installate nelle case di ognuno di noi - conclude Gloria -. In modo che ciascuno possa avere la sua riserva d’acqua e contribuire ad attenuare la crisi idrica».