6 dicembre 2019
Aggiornato 01:30
Legacy

Boom sharing economy, ma di chi è la responsabilità quando qualcosa va storto?

Il fatto di non sapere di chi sia la responsabilità quando qualcosa va storto spinge il 46% di coloro che hanno subito disservizi a evitare di intraprendere azioni per il risarcimento o rimborso. Questo anche perchè l’azione medesima non vale il tempo necessario o perchè il denaro risarcito è troppo poco

Boom sharing economy, ma di chi è la responsabilità quando qualcosa va storto?
Boom sharing economy, ma di chi è la responsabilità quando qualcosa va storto? Shutterstock

MILANO - To share. Sembra essere uno dei verbi più diffusi e più utilizzati dalla nuova generazione. Condividere. Condividere la casa, la macchina, la cucina. Tra privati. E lo fanno ben 191 milioni di cittadini dell’Ue a 28. Sono i sostenitori della ‘peer 2 peer economy’, ovvero quella ‘fetta’ della sharing economy che mette direttamente in relazione due privati: uno mette a disposizione all'altro un suo bene (auto, appartamento) a fronte di un pagamento concordato. Il tutto per un valore che si aggira intorno ai 28 miliardi di euro che poi altro non è che la cifra che i cittadini Ue anno speso nell’ultimo anno per usufruire di tali servizi.

Il 50% degli utenti ha avuto problemi
Fin qui tutto bene. Anche se la maggioranza degli utenti si dichiara soddisfatta o molto soddisfatta dei servizi offerti dalla P2p economy (in larga parte dominata dagli affitti di case e dai passaggi in auto), più di un europeo su due riporta un problema relativo ai servizi nell'ultimo anno. Calcoli alla mano, ben 105 milioni di europei hanno subito piccole o grandi disavventure quando hanno utilizzato le piattaforme di sharing economy. E’ ciò che emerge da un report realizzato dalla Commissione Europea su 10 Paesi membri Ue, fra cui l'Italia, e su altrettante piattaforme, considerate come case studies: oltre ad AirBnb, e Blablacar ci sono eBay, EasyCarClub, Nimber, Peerby, Uber Pop/Pool, Wallapop, Wimdu e Yoopies.

Non si lasciano feedback
Secondo lo studio la maggioranza dei problemi derivano «dalla scarsa qualità dei beni o dei servizi» o dal fatto che questi ultimi «non fossero come descritti». Il problema - che poi è anche il più importante - è che 6 europei su 10 non sanno chi sia il vero responsabile quando qualcosa va storto: se la responsabilità sia, infatti, in capo alla piattaforma e se hanno diritto al risarcimento o al rimborso. E questo è dovuto, in buona parte, al fatto che sia i privati che gli host prestano poca attenzione ai feedback. Solo il 40% dei fornitori e dei consumatori usano periodicamente le recensioni. Inoltre, tra i pochi che hanno intrapreso azioni dopo aver subito un problema, solo il 20% di questi si è poi ricordato di lasciare una valutazione bassa o una cattiva recensione.

In pochi chiedono il rimborso
Il fatto di non sapere di chi sia la responsabilità quando qualcosa va storto spinge il 46% di coloro che hanno subito disservizi a evitare di intraprendere azioni per il risarcimento o rimborso. Questo anche perchè l’azione medesima non vale il tempo necessario o perchè il denaro risarcito è troppo poco. Ne consegue che «gli utenti attuali potrebbero accettare i superiori livelli di rischio e i problemi delle piattaforme P2p come una 'parte del gioco', in cambio dell'opportunità di risparmiare soldi».

E quindi?
Sulle piattaforme più grandi, i privati sono probabilmente confusi o ingannati su chi sia effettivamente responsabile quando qualcosa va storto: le pratiche della piattaforma possono dare l'impressione di assumere la responsabilità almeno parziale in caso di problemi, ma i loro Termini e Condizioni escludono poi ogni responsabilità. «Sono felice di vedere che molti consumatori stanno raccogliendo i vantaggi di queste piattaforme, ma non possiamo ignorare che stanno affrontando problemi - ha detto Vera Jourová, commissaria europea per i lavoratori -. Se le cose vanno male, i cittadini sono lasciati completamente al buio e non sanno dove rivolgersi. Dobbiamo fare in modo di proteggerli». Per i più combattivi, però, il perimetro resta incerto: «I diritti dei consumatori si applicano» solo «al servizio che le piattaforme offrono [direttamente] agli utenti», ma per quanto riguarda gli «affitti e le vendite tra due persone private» si applicano «le sole norme del diritto civile». Insomma, «queste regole non sono in gran parte più adatte alle transazioni P2p tramite piattaforma e non agevolano un facile accesso al rimborso». E così si resta nel caos.