18 ottobre 2019
Aggiornato 03:30
Dopo il no

Referendum, Boccia (Confindustria): «Dobbiamo competere sui mercati internazionali: ora serve politica di ampio respiro»

All'indomani del Referendum costituzionale Vincenzo Boccia di Confindustria afferma: «La crescita è l’unico modo per eliminare disuguaglianze e povertà. Questi nodi cruciali vanno ora affrontati con una politica economica di medio periodo e di ampio respiro»

ROMA - E’ la crisi economica che avrebbe spinto il popolo italiano a votare NO al referendum costituzionale messo a punto dal Governo Renzi, portando alla luce la fotografia di un’Italia che ha bisogno e voglia di risposte. Un referendum che ha visto un’affluenza record e un Paese compatto al 59,95% che ha scelto di bloccare la riforma costituzionale. E se da una parte il settore industriale italiano non ha mai fatto segreto del suo appoggio a Matteo Renzi, oggi, ci si domanda cos’è giusto fare di fronte a questo risultato. Già, perché una Nazione è fatta soprattutto di Economia.

«Ieri come oggi le questioni economiche - debito, deficit e crescita ancora insufficiente - restano aperte e vanno risolte - ha dichiarato dopo i risultati del referendum Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria -. La crescita è, infatti, l’unico modo per eliminare disuguaglianze e povertà. Questi nodi cruciali vanno ora affrontati con una politica economica di medio periodo e di ampio respiro».

La rivoluzione digitale
Per una Nazione competitiva serve stabilità economica. Le imprese devono poter contare su un assetto istituzionale e normativo semplice e certo, nel medio periodo, altrimenti la macchina degli investimenti non riparte. Già, perchè l'Italia dei padri costituenti, quella del 1947 non è la stessa di oggi. Ha altre priorità. Se nel ’47 bisognava ricostruire un Paese distrutto dalla Guerra, oggi c’è bisogno di digitalizzarlo; se un tempo c’erano i viadotti da rifare oggi c’è l banda larga che ancora non ricopre l’intero territorio nazionale. E poi c’è la dissoccupazione giovanile, la competizione internazionale, le startup e l’Industria 4.0. Tutto diverso: una cosa certa però è che questo referendum arriva in un periodo storico di forte cambiamento industriale, aziendale e imprenditoriale. Lo stesso Vincenzo Boccia, in un’intervista pre-voto a Repubblica aveva affermato che la «vittoria del No sarebbe un segnale che l’Italia non vuole cambiare, perché tutto rimarrebbe com’è: non possiamo permettercelo». Ed è stata la stessa Confindustria a prevedere che, in caso di No, il Pil sarebbe calato dell’1,7% e gli investimenti del 12,1%.

Come stanno le PMI italiane
Secondo Confindustria lo scenario italiano attuale conferma la fotografia di un Paese che naviga nell’incertezza e, per questo, fatica a decollare. Da una parte un 20% di medie imprese che vanno piuttosto bene, scambiano salari con produttività, hanno alta innovazione di processo e di prodotto e buona proiezione sui mercati esteri. Poi c’è un 20% di PMI che non ce la fanno, che pur operando in settori maturi, non hanno innovato e si trovano attualmente a dover chiudere baracca e burattini poiché non reggono la competizione con i mercati esteri. La vera preoccupazione nasce da quel 60% fatto di PMI che stanno in mezzo, travolte dall’incertezza e che hanno bisogno di essere «traghettate» verso quel 20% che ha innovato e che regge.

«Le nostre imprese sono impegnate allo spasimo in uno sforzo cruciale per competere sui mercati internazionali - ha aggiunto il Presidente di Confindustria -. Per questo chiediamo alle forze politiche di rispondere alle necessità del Paese, alla questione industriale e alla questione europea, raccogliendo la sfida della competitività. Solo così potremo avere più occupazione e più salario, in un Paese più moderno e coeso».