20 settembre 2021
Aggiornato 07:00
più scaleup

Brexit, la Scandinavia sarà la nuova capitale delle startup?

Dopo la Brexit ci si chiede quale sarà il lido favorito ad assumere il trono di capitale delle startup: la Scandinavia è la regione più papabile. Ben 430 aziende, infatti, superano il milione di fatturato annuo, contro le 413 della Francia e della Germania

LONDRA - Non si arresta il dibattito sulla Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. A quasi una settimana dall’esito del referendum attraverso cui i cittadini britannici hanno deciso di lasciare l’UE, ci si chiede quali siano gli effetti di questa importante decisione sull’economia globale, anche e soprattutto nel caso delle startup. Curiosa la mail scritta dal commissario di Dublino nel quale lo stesso spiega come la Brexit apra, di fatto, la strada a ad altre città europee per diventare capitali dell’innovazione tecnologica e, in particolar modo, delle startup. «Grazie alla Brexit abbiamo nuove opportunità per attirare imprenditori più o meno esperti, convincendoli ad aprire nuove attività a Dublino. La Brexit porterà opportunità, non sprechiamole».

Scandinavia nuova capitale startup
Già, perché a quanto pare i Paesi europei quasi ringraziano la Brexit. E le candidate al trono per capitale delle startup gongolano. Tra le papabili c’è Berlino, sede di aziende di successo come Rocket Internet e SoundCloud, seguita da Amsterdam, dove è nata l’azienda di pagamenti Adyen e Stoccolma, recentemente classificata come una delle città migliori per avere successo con la propria startup. La lente di ingrandimento resta puntata sul grande Nord, il territorio della Scandinavia, che registra una percentuale di successo delle startup decisamente superiore rispetto ad altri Paesi. Ben 430 aziende, infatti, superano il milione di fatturato annuo, contro le 413 della Francia e della Germania. Il doppio rispetto all’Italia che ne conta appena 218 (insieme a Spagna e Portogallo). La forza della scaleup scandinave sta, soprattutto, nella loro capacità di attirare capitali. Nel 2015 hanno raccolto 6,5 miliardi di dollari, per la maggior parte derivanti da fondi di venture capital. Una cifra irrisoria se paragonata ai finanziamenti per startup inglesi (11 miliardi), ma che diventa interessante se confrontata al Pil. I paesi scandinavi hanno, infatti, destinato alle startup lo 0,5% del Pil. Nel Regno Unito si attesta al 0,42%, mentre a Berlino e Parigi non si va oltre lo 0,15%. Con l’uscita del Regno Unito dall’Europa, i talenti che prima sceglievano Londra per entrare a far parte di una startup o costituirla, si spingeranno inevitabilmente verso altri lidi.

La fine del passporting
Secondo una ricerca di Wayra, un incubatore di startup di proprietà dell’azienda di telecomunicazioni spagnola Telefonica, nelle startup britanniche un lavoratore su tre viene dall’estero. Quel 34 per cento è diviso tra un 20,7 per cento di lavoratori provenienti dell’Unione europea e un 13,3 di cittadini di altri paesi: in questi casi si tratta soprattutto di persone provenienti da Irlanda, Stati Uniti e Spagna. La fine del passporting compromette quindi il successo della maggior parte delle startup britanniche e, in particolare, di quelle finanziarie. Questo non significa smettere di fare affari con gli altri paesi del continente, ma provocherà un irrimediabile aumento dei costi. Le aziende britanniche che volessero approfittare del passporting dovranno creare una filiale in un paese dell’Unione europea e ottenere i permessi dall’autorità di vigilanza finanziaria di quel paese. Le sue filiali beneficerebbero allora di diritti di passporting in tutta l’Unione europea. Di fatto c’è la situazione di incertezza generata dal referendum britannico sta mettendo a dura prova i maggiori leader del settore. Ad avere la peggio non saranno le aziende grandi e gli unicorni già formati, ma bensì le startup piccole, quelle emergenti e che si stanno affacciando solo ora all’ecosistema innovativo. Quale sarà davvero la loro sorte