24 maggio 2022
Aggiornato 01:30
Relazioni internazionali

USA-Cina, la lettura cinese dei colloqui di Roma

In sette ore di colloqui si dicono molte cose, ma a giudicare dai resoconti filtrati dalla riunione, sembrerebbe che la posizione cinese non si sia mossa di un passo

Bandiera cinese
Bandiera cinese Foto: Pixabay

ROMA - In sette ore di colloqui si dicono molte cose, ma a giudicare dai resoconti filtrati dalla riunione tra il consigliere di sicurezza nazionale Jake Sullivan e il direttore dell'Ufficio della Commissione centrale degli Affari esteri cinese, Yang Jiechi, un membro del Politburo, sembrerebbe che la posizione cinese non si sia mossa di un passo. E le dichiarazioni arrivate da Pechino confermano un clima di freddo che già era stato suggerito dalle prime reazioni a caldo da Washington.

Yang, all'indomani del lungo incontro, non ha fatto altro che ribadire le coordinate tirate giù da Pechino in queste settimane di guerra. «Tutte le parti dovrebbero esercitare la massima moderazione, proteggere i civili e prevenire una crisi umanitaria su larga scala», ha affermato Yang Jiechi, ha affermato in una sintesi rilasciata dal ministero degli Esteri cinese. La Cina si è impegnata a facilitare i colloqui di pace e crede che «la comunità internazionale dovrebbe ... spingere la situazione a de-escalare il prima possibile». Ma ha aggiunto anche che le «legittime preoccupazioni di tutte le parti» dovrebbero essere affrontate. Comprese quelle russe, insomma.

Durante il colloquio con Sullivan, Yang ha spiegato inoltre che la Cina «si oppone fermamente a qualsiasi parola o azione che sparga disinformazione, distorsione e discredito sulla posizione cinese» nella crisi Ucraina. Una risposta alle accuse Usa i quali, stando al Financial Times, avrebbero avvertito gli alleati europei e asiatici di una presunta disponibilità di Pechino rispetto alla richiesta di assistenza militare russa. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese già ieri aveva smentito che vi fosse stata persino la richiesta, definendola «disinformazione» americana.

Per la Cina gli USA giocano una doppia partita

L'impressione di Pechino, abbastanza evidente dalle dichiarazioni e dai commenti, è che gli Usa stiano giocando una doppia partita: da un lato il confronto sul vecchio schema della guerra fredda sul versante atlantico-europeo, dall'altro stiano utilizzando la guerra ucraina per provocare la Cina sul versante pacifico. Per questo, pur avendo interessi economici rilevanti in Ucraina ed essendo disponibile coi suoi tempi e alle sue condizioni a svolgere un ruolo di mediazione, come vorrebbero i paesi europei, non intende farsi coinvolgere nello schema americano che metterebbe in crisi il suo rapporto privilegiato con la Russia.

E' un fatto che emerge dalle dichiarazioni dei responsabili di Pechino."La Cina non è parte della crisi (ucraina) e ancor meno vuole essere colpita dalle sanzioni», ha affermato oggi Wang Yi, durante un colloquio telefonico con il suo omologo spagnolo José Manuel Albares, dopo che il portavoce del Dipartimento di Stato Usa Ned Price e Sullivan stesso hanno chiarito che ci sarebbero «conseguenze» se la Cina aiutasse Mosca ad aggirare le sanzioni economiche.

Questo non vuol però dire che la Cina si disinteresserà della soluzione della guerra ucraina. «Dal primo giorno dello scoppio della crisi ucraina, noi stiamo seguendo la nostra strada per aiutare colloqui di pace come uno dei cinqu emembri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu», ha precisato Wang.

Pechino non si unità alle sanzioni occidentali

«Le politiche cinesi sull'Ucraina sono state abbastanza chiare e continueranno probabilmente: la Cina non si unirà alle sanzioni occidentali», ha spieghato Lu Xiang dell'Accademia di scienze sociali cinese al South China Morning Post. Ma questo non vuol dire che Pechino stia semplicemente buttando nelle braccia di Mosca. Da segnalare, in questo senso, anche il fatto che i due esponenti che hanno preso parte al vertice sono di alto livello, ma non appartenenti alle filiere dei ministeri degli Esteri dei due paesi: Yang e Sullivan sono entrambi alti consiglieri dei leader, il presidente Usa Joe Biden e il presidente cinese Xi Jinping.

Insomma, sembra comunque esserci la volontà di tenere uno spiraglio aperto. Non a caso oggi, commentando l'incontro, il Global Times - che è considerata una voce piuttosto nazionalistiva nel ventaglio dei media ufficiali cinesi - scrive che alcuni studiosi cinesi giudicano «un segnale positivo» che i due paesi dialoghino pure in un momento così turbolento e difficile della politica internazionale.

Ma quale è la piattaforma sulla quale Pechono è disposta a portare avanti questo dialogo? Anche questa è una risposta che dal tavolo di Roma è emersa, secondo la lettura che ne viene data a Pechino. Yang ha badato bene - spiega ancora il GT - ad allargare il tema, portando la questione di Taiwan e segnalando che, per quanto l'attuale amministrazione Usa abbia ribadito il no all'indipendenza di Taiwan e il sostegno al principio dell'"Unica Cina», i suoi comportamenti in termini di forniture di armi e di movimenti sullo scacchiere militare sarebbero incoerenti.

La questione di Taiwan è centrale per Pechino

Così, mentre la questione ucraina è centrale per gli Stati uniti, «la questione di Taiwan è un interesse centrale della Cina, di conseguenza noi dobbiamo enfatizzare questo punto rispetto agli Usa in questo momento, anche per comunicare quanto la Cina sia insoddisfatta rispetto alle posizioni americane sulla vicenda di Taiwan», ha spiegato Wu Xinbo, decano dell'Istituto di studi sulla politica internazionale dell'Università Fudan al GT.

Non va tuttavia commesso l'errore di considerare monolitica la posizione cinese. Ha fatto un certo scalpore un articolo censurato del 5 marzo scritto da Hu Wei, che non è un dissidente ma il vicepresidente del Centro di ricerca sulle politice pubbliche dell'Ufficio dei consiglieri del Consiglio di Stato, cioè sostanziamente un consulente del governo. «La Cina non può essere legata a Putin, deve tagliare il prima possibile», ha scritto Hu. «In base alle attuali circostanze internazionali - ha continuato - la Cina può solo procedere nella salvaguardia dei suoi principali interessi, scegliendo il minore dei mali e liberandosi del peso della Russia. (...) Al momento si stima che vi sia ancora una finestra di manovra di una o due settimane. La Cina deve muoversi in maniera decisa». La finestra ormai è chiusa o si sta per chiudere. Ma, al di là di questo, saranno i prossimi passi di Pechino a far capire se l'idea di Hu è stata censurata perché eretica o perché in anticipo sui tempi.