27 settembre 2021
Aggiornato 05:30
Relazioni internazionali

La Cina chiama al boicottaggio contro Nike e altri brand globali

Le grandi aziende della moda e le catene dell’abbigliamento americane ed europee sono le prime vittime economiche della crisi diplomatica in corso tra la Cina e l’Occidente

La Cina chiama al boicottaggio contro Nike e altri brand globali
La Cina chiama al boicottaggio contro Nike e altri brand globali ANSA/EPA

Una vera e propria chiamata alle armi, quella che sta avvenendo negli ultimi giorni in Cina: solo che le armi per fortuna non sparano ma si indossano. Il campo di battaglia è formato dai campi di cotone che si trovano nella provincia di Xinjiang, abitata dalla minoranza uiguro-musulmana; il nemico sono i grandi marchi dell'abbigliamento casual e sportivo internazionale, a partire da Nike, Adidas, H&M; i soldati sono le aziende d'abbigliamento cinesi e in definitiva l'enorme massa di consumatori che vivono nella Repubblica popolare.

«I cinesi sono arrabbiati. Per due giorni di seguito alcune compagnie multinazionali, tra le quali H&M e Nike, sono finite sotto i riflettori per le loro controverse dichiarazioni sugli affari dello Xinjiang. Hanno fatto dichiarazioni che si allineate alle richieste poste dall'organizzazione non governativa Better Cotton Initiative (BCI) di non usare più il cotone dello Xinjiang», afferma il Global Times, quotidiano del Partito comunista cinese ed espressione della linea più nazionalista del grande partito-stato della Repubblica popolare.

E', di fatto, accaduto che la Cina - nell'ambito della più ampia questione che riguarda le accuse di genocidio degli uiguri e di lavoro forzato, che ha portato nei giorni scorsi anche a una polemica al fulmicotone con l'Unione europea - si sono resi conto che alcuni grandi marchi internazionali e molto amati dal pubblico cinese - H&M, Nike, Adidas, Burberry, New Balance ecc. - hanno deciso, come aderenti alla campagna per un cotone etico, di non usare più la materia prima proveniente dallo Xinjiang.

I prodotti di queste compagnie sono quindi spariti dalle principali piattaforme di e-commerce - secondo quanto riferivano ieri media come il South China Morning Post - e sui social media cinesi, oltre che sui giornali di stato, è iniziata una massiccia campagna di boicottaggio.

Sui social cinesi utenti infuriati si sono riuniti sotto la sigla «sosteniamo il cotone dello Xinjiang» e una trentina di marchi sportswear e dell'abbigliamento casual cinese - a partire da Li Ning e Anta - hanno lanciato strali dai loro profili, ribadendo che loro utilizzano cotone dello Xinjiang e ottenendo - secondo quanto scrive oggi il Financial Times - anche bei guadagni alla borsa di Hong Kong: +19% per Li Ning e +14% per Anta.

«Noi sosteniamo il cotone del Xinjiang, bianco come la neve e il prospero sviluppo di un'industria del cotone della nostra amata patria», ha scritto sul profilo Weibo il gruppo di abbigliamento HLA. Il valore delle sue azioni dell'11 per cento.

I produttori rivali di cotone dello Xinjiang, Xinjiang Sailimu e Xinjiang Talimu, hanno registrato incrementi del valore di borsa rispettivamente del 21 e del 16 per cento negli ultimi due giorni.

Secondo il GT, che ha sguinzagliato i suoi reporter, invece i negozi dei marchi interessati dal boicottaggio risultano da due giorni deserti.

Ovviamente, oltre al boicottaggio più o meno spontaneo, è in canna anche un'iniziativa politica. La portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, per il momento, si è limitata a difendere il boicottaggio: «Il popolo cinese ha il diritto di esprimere i propri sentimenti. Non accetta il fatto che aziende straniere guadagnino soldi da loro con una mano e, con l'altra, diffamino la Cina».

Pechino probabilmente sta studiando le azioni da intraprendere a un livello più formale. Sembra essere impossibile un'azione a livello Wto. Quindi la cosa più probabile - e ventilata oggi dal Global Times - è che il governo faccia ricadere il tutto nella nuova legislazione, su cui sta accelerando, per la formazione di una lista di entità straniere che danneggiano gli interessi cinesi e che, per questo, vanno sanzionate.

(con fonte Askanews)