2 giugno 2020
Aggiornato 01:00
Emergenza coronavirus

COVID-19, ecco come la Corea del Sud l'ha domato

Un modello in cui, diversamente dalla vulgata, la magia segreta non è tanto quella di un'app di tracciamento, ma di un'organizzazione articolata e precisa che ha regolato ogni aspetto della risposta

COVID-19, ecco come la Corea del Sud l'ha domato
COVID-19, ecco come la Corea del Sud l'ha domato ANSA

SEOUL (ASKANEWS) - E' riuscita a mettere sotto controllo il COVID-19 senza applicare un vero e proprio lockdown, senza chiudere del tutto le frontiere, limitando al minimo i divieti ai propri cittadini. Oggi la Corea del Sud, che all'inizio della pandemia da nuovo coronavirus sembrava un Paese destinato a essere devastato, rappresenta un modello a cui tutti guardano. Un modello in cui, diversamente dalla vulgata, la magia segreta non è tanto quella di un'app di tracciamento, ma di un'organizzazione articolata e precisa che ha regolato ogni aspetto della risposta.

Nell'ultimo giorno la Corea del Sud ha registrato solo quattro nuovi casi accertati, di cui solo uno autoctono. E si tratta del primo caso originato nel Paese da quattro giorni a questa parte, secondo i dati deli Korea Centers for Disease Control and Prevention (KCDC), l'organismo su cui fa perno l'apparato di risposta governativa al nuovo coronavirus. Tra il momento in cui sembrava che Seoul dovesse cadere nel caos e questa situazione di relativa pace, c'è stata anche una tornata elettorale che ha portato il 15 aprile 30 milioni di cittadini, tra i quali 10mila persone sottoposte a isolamento, ai seggi senza che vi sia stata segnalazione di un solo contagio dovuto a questa attività. 'Possiamo dire che abbiamo avuto successo nell'organizzazione delle elezioni', ha commentato con una certa soddisfazione Son Youngrae, portavoce del ministero della Salute in un briefing online a cui askanews oggi ha partecipato.

E' una declinazione di quella che in Italia abbiamo chiamato la 'Fase 2', che in Corea del Sud hanno deciso di chiamare 'distanziamento nella vita quotidiana'. Son ha teso a ripeterlo oggi diverse volte: 'Siamo passati dal distanziamento sociale, al distanziamento nella vita quotidiana'. E' questa la parola d'ordine che vuole rappresentare la convivenza col virus che non va via così e che potrebbe ripresentarsi in una seconda ondata. 'Noi ci stiamo già preparando a questa possibilità', ha spiegato il portavoce del ministero.

Certo, per capire come mai Seoul abbia avuto una risposta così buona, bisogna prima di tutto avere un quadro ben preciso delle peculiarità del contagio in Corea del Sud. Il primo caso di COVID-19 fu rilevato il 20 gennaio, un cittadino cinese. Per quasi un mese l'andamento epidemico apparve abbastanza contenuto, ma dal 18 febbraio (quando i casi accertati erano 31), cominciò un aumento esponenziale soprattutto nella zona di Daegu, che è la seconda città del paese dopo Seoul, a causa dell'infezione all'interno della chiesa cristiano-millenarista Shincheonji e nell'ospedale Cheongdo Daenam. Allora la situazione sembrò andare fuori controllo, con nuovi casi confermati giornalieri oltre quota 900 e con il numero delle persone in isolamento volontario in crescita costante. Oggi, invece, la situazione è pienamente in controllo. In tutto ci sono stati finora poco più di 10mila casi accertati, il 76 per cento dei quali nell'area di Daegu. Un'epidemia, insomma, molto localizzata. E oltre il 48 per cento è collegato a un unico focolaio: la setta religiosa Shincheonji.

Come ha fatto la Corea del Sud a reagire in maniera così pronta ed efficace all'epidemia, tanto che la prossima settimana dovrebbe gradualmente riaprire le scuole? La ricetta messa in campo da Seoul può essere riassunta in alcune, semplici parole chiave, che possono essere considerate di buon senso. Ma dietro questa superficiale valutazione c'è la fatica dell'esperienza: preparazione, organizzazione, trasparenza e, infine, senso civico e di responsabilità.

Innanzitutto la preparazione. Va ricordato certamente che la Corea del Sud dall'anno 2000 ha già vissuto epidemie importanti, a partire dalla SARS e dalla MERS. La sua capacità di risposta, all'arrivo del COVID-19, era già testata. Tuttavia, preparare dei piani e lasciarli lì nella polvere, non è sufficiente. 'Noi, come parte integrata della Comunità internazionale, siamo consapevoli che ogni crisi sanitaria può essere una grave crisi di sicurezza', ha sostenuto il direttore generale dei KCDC Kwon Jun-wook. 'Abbiamo svolto - ha spiegato il funzionario - esercitazioni contro l'influenza e dal momento che SARS e MERS erano anche loro coronavirus, quindi questo ci ha aiutato a prevenire'.

L'altro tema è stata l'informazione e la trasparenza. 'Nel caso della crisi della MERS ci furono critiche per non aver fornito notizie in maniera trasparente, quindi dopo questo la legge (contro le epidemie, ndr.) fu emendata in modo che vi sia l'obbligo di condividere immediatamente le infomazioni con il pubblico in caso di crisi sanitaria grave', ha spiegato Kwon, facendo riferimento all"Infectious Disease Control and Prevention Act'. Per i KCDC la condivisione delle informazioni con il pubblico è stata una 'priorità assoluta', ha spiegato Kwon. 'Per affrontare bene il COVID-19 - ha continuato - io credo che sia stato necessario il sostegno dell'opinione pubblica, che ci ha sostenuto proprio grazie al fatto che siamo stati aperti e trasparenti'.

Questa collaborazione è stata cruciale perché ha consentito alla Corea del Sud di domare il coronavirus senza un lockdown imposto e duro, grazie all'adesione volontaria a regole d'igiene e di distanziamento sociale. In Corea del Sud non ci sono state restrizioni alla libertà personale e misure coercitive, tranne nella fase più dura e relativamente alla chiusura di attività di aggregazione sociale, quali le cerimonie religiose o le palestre. D'altronde, come abbiamo visto, proprio un cluster religioso ha fatto rischiare di perdere il controllo a inizio epidemia.

Tutte le spese per la cura dei 'positivi', per la diagnostica e per la vita quotidiana delle persone costrette alla quarantena volontaria perché infettate sono state coperte dallo Stato. In questo amnbito, il governo ha agito su più livelli. Da un lato fornendo una diagnostica rapida ed efficiente, anche attraverso i test rapidi 'volanti', un'implementazione forte (soprattutto nella fase acuta dell'epidemia) dei tamponi. Ma in questo campo bisogna sfatare un mito: non è vero che la Corea del Sud ha svolto una massa di tamponi 'a tappeto': al 5 maggio ne erano stati realizzati 630mila. Il numero è comunque molto esteso, se pensiamo alle dimensioni dell'epidemia in Corea del Sud e se pensiamo al fatto che all'inizio dei contagi c'era una capacità di 3mila test al giorno, ora arrivati a 23mila. Ogni medico è autorizzato a condurre il test su tutti i casi sospetti

Accanto alla diagnostica preventiva, va collocato il tracciamento. Anche su questo punto, bisogna chiarire che questo sistema - che pure ha presentato criticità in merito al rispetto della privacy - non è incentrato su un unico strumento. Per legge, le autorità hanno la possibilità, nel caso dell'epidemia, ad accedere ai dati dei GPS dei telefoni mobili, alle telecamere di sorveglianza e alle transazioni delle carte di credito per individuare i percorsi dei contagiati accertati. A questo strumento vanno aggiunte poi una app di auto-diagnosi e una app di autoisolamento.

Come funziona quando una persona risulta positiva al test? Immediatamente viene isolato l'individuo e si cerca di risalire a tutti i suoi contatti in modo che essi vengano a loro volta isolati. E' in questo caso che vengono utilizzati i dati di tracciamento da GPS, transazioni di carte di credito e videocamere di sorveglianza. Tutti i contatti vengono messi in isolamento sotto il monitoraggio del ministero dell'Interno e dei governi locali. Fino a tre giorni fa erano oltre 100mila le persone in questa condizione. Intanto i governi locali fanno le dovute indagini diagnostiche. In caso essi violino la quarantena sono tenuti a pagare una multa fino a 10 milioni di won (87mila euro) o a una pena carceraria che può andare fino a un anno di prigione. In più possono scegliere se mettere un braccialetto elettronico o essere isolati in una struttura residenziale temporanea.

Uno degli aspetti che in Corea del Sud hanno presto messo in luce, correggendo gli errori, è quello dell'ospedalizzazione, che deve essere il più possibile evitata. 'Nel 90 per cento dei casi medi non c'è bisogno di ospedalizzazione', ha spiegato Son. Quando viene individuato un sospetto caso COVID dai diffusi punti diagnostici, viene immediatamente dato in carico dall'Ufficio gestione pazienti locale - ne sono stati aperti in tutte le province e città metropolitane. I casi moderati, gravi e molto gravi vengono ricoverati in ospedali dedicati al COVID - che sono strutture diverse dagli ospedali generali - e, qualora localmente non vi siano posti letto, vengono affidati a un Centro di sostegno ai trasferimenti che si occupa di individuare e trasportare il paziente. Gli ospedali COVID sono 74, che sono arrivati ad avere 7.400 posti letto. Ma ora si sta scendendo e il governo prevede di mantenerne tra 1.500-2.300 per questa fase, sempre pronti però a ritornare su livelli più elevati. E' stato creato un Sistema centrale di gestione delle informazioni sui posti letto, in modo da avere sempre un quadro aggiornato delle disponibilità. Inoltre, agli operatori sanitari sono concesse due settimane di malattia se riscontrano di avere sintomi e sono stati forniti i dispositivi di protezione individuale, a partire dalle mascherine, per tempo. In questo senso, il governo ha messo in campo pene draconiane per chi viene pizzicato a contrabbandare mascherine verso l'estero.

I casi 'medi', invece, vengono ospitati in Centri di residenza e cura dotati di tutti i comfort, nei quali vengono controllati due volte al giorno dal personale sanitario in modo da verificare l'andamento dell'infezione e, in caso, decidere il ricovero.

La Corea del Sud non ha neanche chiuso del tutto le porte agli arrivi dall'estero, pur avendoli molto limitati, ma coloro che entrano nel Paese devono auto-isolarsi per 14 giorni (a casa o in una struttura residenziale pubblica), installare la app di auto-diagnosi e sono sotto il monitoraggio del Ministero dell'Interno. I visitatori in arrivo, se sintomatici, sono sottoposti a test in aeroporto e devono attendere gli esiti degli stessi. Qualora risultino positivi, vengono isolati nelle strutture pubbliche, ma anche se negativi devono fare la quarantena. Se non hanno sintomi, devono comunque fare il test entro tre giorni dall'arrivo e rispettare le due settimane di quarantena, come detto sopra. Quelli provenienti da Usa ed Europa però il test lo fanno obbligatoriamente in aeroporto, come se fossero sintomatici.

Un'ultima annotazione va fatta sull'organizzazione istituzionale della risposta. A gestire l'emergenza sono stati, per l'aspetto tecnico, un Quartier generale centrale per la gestione della malattie, guidato dai KCDC, mentre per l'aspetto più strategico un Quartier generale centrale per la gestione del disastro e per le contromisure, guidato dal primo ministro. A livello locale, ogni ente ha poi creato una propria struttura dedicata, guidata da governatori e sindaci. Non risultano esservi stati conflitti tra le diverse autorità.

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