23 ottobre 2019
Aggiornato 15:00
Spagna

Il premier Sanchez ha annunciato che la Spagna tornerà al voto il 28 aprile

Una crisi annunciata, dopo il rifiuto dell’esecutivo socialista minoritario (che ha soli soli 84 deputati su 350) di negoziare l’autodeterminazione della Catalogna

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MADRID - Pedro Sanchez rilancia: archiviata la speranza di portare a termine la legislatura dopo la bocciatura della finanziaria, il leader socialista ha immediatamente fissato la data delle elezioni anticipate; la Spagna andrà dunque alle urne per la terza volta in quattro anni il prossimo 28 aprile. Una data scelta non a caso dal premier uscente: non troppo a ridosso delle europee e amministrative di maggio per evitare possibili interferenze di voto - specie da parte dell'altra stampella della sinistra, Unidos-Podemos - ma sufficientemente in là per poter sviluppare al meglio le linee guida della propria campagna elettorale.

Sanchez, posto di fronte all'ascesa della tripla destra del Partido Popular, Ciudadanos e gli ultra di Vox, all'esordio nazionale dopo il trionfo andaluso, deve infatti cercare di sfruttare a suo vantaggio la ragione fondamentale che gli ha impedito di finire la legislatura: il ritiro dell'appoggio parlamentare degli indipendentisti catalani.

Per mesi la destra lo ha infatti accusato di tramare delle concessioni nei confronti del governo di Barcellona pur di ottenere i voti necessari per la finanziaria, arrivando al punto da definirlo «traditore» e convocare una manifestazione di piazza a Madrid; l'epilogo parlamentare della vicenda mette ora in grado Sanchez di sbugiardare i suoi critici: nessun patto segreto, anzi, una linea della fermezza contro ogni pretesa catalanista di discutere di autodeterminazione.

Messa quindi fuori uso - o almeno così spera Sanchez - la principale arma elettorale della destra, il leader socialista può sperare di mobilitare il voto del suo elettorato proprio facendo valere la minaccia rappresentata da un governo sul modello di quello nato in Andalusia: una coalizione Pp-Ciudadanos con l'appoggio esterno degli ultra di Vox.

E infine, la necessità di non dover dipendere dai voti dei nazionalisti e indipendentisti baschi e catalani, sui quali Sanchez ha fatto ricadere la responsabilità della mancata approvazione della finanziaria: insomma, un implicito appello a un voto utile che dia al Psoe la maggioranza quanto meno relativa con almeno un centinaio di deputati e, auspicabilmente, quella assoluta insieme a U-P.

Per ora i sondaggi sono sfavorevoli al Psoe, ma va notato che risalgono al periodo immediatamente precedente alla bocciatura della finanziaria, in cui la tesi del «patto scellerato» con Barcellona, anche all'utimo minuto, era lo slogan quotidiano della destra.

Il trio Pp-C's-Vox avrebbe il 51% dei consensi e l'effettiva maggioranza assoluta (il complesso sistema elettorale spagnolo rende difficile tradurre le percentuali in seggi), mentre al psoe rimarrebbe solo la consolazione del partito più votato (poco più del 23%, qualche decimo davanti al Pp, ma seconda forza in Parlamento: se la nuova «narrazione elettorale» di Sanchez avrà effettivamente i risultati da lui auspicati si vedrà fra qualche giorno.

Il 29 aprile, però, chiunque vinca si troverà di fronte il medesimo scenario, con un conflitto catalano irrisolto e con in vista la sentenza del processo ai leader indipendentisti che di certo non faciliterà una soluzione politica: il tutto da affrontare con un esecutivo forzatamente di coalizione.

Sanchez spera di essere lui al timone, pur alle prese con una crisi politica che appare al momento irrisolvibile e alla guida di un esecutivo che dovrà dipendere dalla buona volontà altrui, compresa forse quella degli stessi indpendentisti; la permanenza alla Moncloa, se non altro, potrebbe permettergli di regolare le questioni interne con i «baroni» socialisti ribelli. Altrimenti, saranno questi ultimi ad avere la meglio e la carriera politica del premier uscente potrebbe di fatto finire qui.