21 settembre 2018
Aggiornato 23:30

Chi è (davvero) Michelle Bachelet, la commissaria Onu che insulta l'Italia

Socialista di ferro e amica dei dittatori sudamericani: questa è la politica che ha definito «razzista» il nostro Paese e che ha attaccato i governi conservatori
Il commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet
Il commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet (EPA/SALVATORE DI NOLFI)

NEW YORK – Il neo-eletto Alto commissario dell'Onu per i diritti umani ha già scoperto qual è l'emergenza che mette maggiormente a rischio la democrazia nel mondo. No, non sono le discriminazioni verso le donne e gli omosessuali, né le torture e gli omicidi degli avversari politici o religiosi, che avvengono in molti Stati dell'Africa o del'Asia. Michelle Bachelet si è subito scagliata contro ben altri bersagli: i governi conservatori degli Stati Uniti di Donald Trump, dell'Ungheria di Viktor Orban, dell'Austria di Sebastian Kurz. E, naturalmente, dell'Italia di Matteo Salvini, dove invierà gli ispettori delle Nazioni Unite «per valutare il segnalato forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e rom».

Anomalie elettorali
Per rendersi conto di questo straordinario pericolo in corso, la Bachelet ci ha messo soltanto un giorno dalla sua nomina. Del resto, lei dev'essere un prodigio di velocità: dopo aver lasciato tra i fischi degli elettori il governo cileno, ci ha infatti messo pochissimo a trovare un nuovo incarico. Anzi, uno degli incarichi più prestigiosi e meglio pagati del Palazzo di vetro, con 200 milioni di dollari all'anno di budget e 1300 dipendenti a disposizione. La sua elezione è stata lampo: peccato che sia stata accompagnata anche da molti dubbi sulla scarsa trasparenza (evidenziati dall'Ong Un Watch). Del resto, l'ex presidente del Cile ha dalla sua un curriculum che non lascia spazio alle ambiguità: non solo è una socialista di ferro, ma è anche amica di tutti quei governanti (o dittatori) socialisti che hanno dominato e impoverito il Sud America.

Silenzio sulle nefandezze
I fratelli Castro, ad esempio. Alla morte di Fidel, la Bachelet lo definì «un leader per la dignità e la giustizia sociale a Cuba e in America Latina». E, nella sua visita a Cuba dell'inizio 2018, accettò volentieri di incontrare il generale Raul, mentre non rispose nemmeno all'invito dei membri dell'opposizione pacifica e dei dissidenti per i diritti umani. «Dalla sua bocca – la attaccò la blogger cubana Yoani Sanchez – non c'è mai stata alcuna condanna della repressione politica condotta sistematicamente da Raúl Castro, anche quando le vittime sono donne». In Venezuela, la Bachelet è stata grande sostenitrice di Chavez (di cui lodò «il suo più profondo amore per il suo popolo e le sfide della nostra regione per sradicare la povertà e generare una vita migliore per tutti») e, oggi, lo è di Maduro: di cui non ha mai condannato il regime, sostenendo al contrario che il problema sia «la mancanza di dialogo, suggerendo che esiste una sorta di responsabilità condivisa». Tra i suoi sodali si annoverano poi i brasiliani Inacio Lula e Dilma Rousseff, il boliviano Evo Morales e perfino il nicaraguense Ortega, colpevole delle uccisioni di centinaia di manifestanti, a proposito delle quali la Bachelet non ha ritenuto di dover spendere nemmeno una parola. Niente male, per la nuova difensora dei diritti degli oppressi e dei deboli.