27 giugno 2019
Aggiornato 06:00
Esteri

Cosa sta accadendo in Libia: è guerra per le strade di Tripoli

Il bilancio dei violenti scontri in corso ormai da una settimana è di almeno 41 morti. Centinaia di ferti. E dalle carceri sono evasi 400 detenuti

Un'auto colpita da un razzo a Tripoli
Un'auto colpita da un razzo a Tripoli ( ANSA )

LIBIA - Oltre 40 morti, centinaia di feriti e diversi dispersi. A comunicare un primo bilancio delle vittime degli scontri alla periferia meridionale della capitale libica Tripoli da quando sono scoppiati una settimana fa è stata una fonte medica ufficiale citata dal portale libico al Wasat. «Le operazioni di evacuazione, soccorso e trasporto dei cadaveri proseguono e le squadre di soccorso operano continuamente con gli ospedali di campo nella vicinanza dei combattimenti», ha detto al portale, Malik Marsit, responsabile media della Direzione del principale ospedale di campo. E ancora oggi, per l'ottavo giorno consecutivo, si sono registrati violenti combattimenti tra gruppi armati rivali nel sud della capitale libica Tripol. Esplosioni sono state avvertite in mattinata nel centro della città. Un portavoce dei servizi di soccorso, Osama Ali, ha riferito di combattimenti nella periferia della città e ha aggiunto che le famiglie intrappolate in mezzo ai combattimenti non hanno potuto essere evacuate. «I gruppi armati chiudono le strade che portano alle loro posizioni, poi bloccano l'accesso agli aiuti e ai soccorsi». Testimoni hanno riferito inoltre di combattimenti violenti nella zona del quartiere Wadi al Rabii, a sud-est della capitale.

Dichiarato stato emergenza
Gli scontri nella capitale della Libia tra le due autorità rivali hanno indotto il governo guidato da Fayez al Sarraj a proclamare lo stato di emergenza nella capitale. La misura è stata adottata, come precisato in una nota ufficiale, per proteggere i cittadini, i beni pubblici e privati e le istituzioni vitali al paese. La Libia, piombata nel caos dopo la caduta nel 2011 del regime di Muhammar Gheddafi, è attualmente governata da due autorità rivali sostenute da potenti fazioni armate: Gna, di stanza a Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite come esecutivo ufficiale; e la Camera dei Rappresentanti, che ha sede a Tobruk, che conta sul sostegno del generale Khalifa Hftar. A quanto rende noto la Farnesina, l'ambasciata italiana a Tripoli, resta operativa ma con una presenza più flessibile e in continua rivalutazione sulla base delle esigenze di sicurezza.

Evasi centinaia di detenuti dal carcere
Circa 400 detenuti sono evasi di prigione nella periferia sud di Tripoli a seguito di una rivolta. Lo ha annunciato la polizia giudiziaria in un comunicato.  «I detenuti sono riusciti a forzare le porte e uscire», dopo «un tumulto e una rivolta» dovuti a combattimenti tra milizie rivali in prossimità del carcere di Aine Zara, ha aggiunto la polizia, che non ha chiarito per quale genere di reati fossero in carcere i detenuti evasi. Le guardie hanno lasciato fare per «risparmiare la vita» dei prigionieri, ha aggiunto la medesima fonte.  A quanto risulta la maggior parte della popolazione carceraria di Ain Zara è rappresentata da sostenitori del regime dell'ex dittatore Muammar Gheddafi, condannati per omicidio durante la rivolta del 2011.

Medici senza frontiere: «Civili a rischio»
«La vita dei libici, così come quella dei migranti e rifugiati, è in grave pericolo, denuncia» Medici Senza Frontiere (MSF). L'organizzazione medico-umanitaria ribadisce come la Libia non sia un paese sicuro e chiede ai governi europei di riconoscere la loro responsabilità nell'aiutare le persone più vulnerabili. «Gli scontri hanno ulteriormente compromesso la vita di circa 8.000 rifugiati, richiedenti asilo e migranti, intrappolati e detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione in città. Alcuni di loro sono rimasti rinchiusi per oltre 48 ore in un'area colpita dai pesanti scontri senza avere accesso al cibo. Coloro che sono stati rilasciati non hanno avuto altra scelta se non quella di fuggire nei quartieri vicini correndo il rischio di essere vittime del fuoco incrociato».

L'allarme dell'Unhcr
Secondo l'Unhcr quasi la metà delle persone detenute nei centri di detenzione sono rifugiati provenienti da regioni in conflitto, tra cui Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan. «Per il diritto internazionale queste persone hanno diritto alla protezione, ma le autorità libiche, i governi dei paesi sicuri e le Nazioni Unite non sono riusciti a stabilire un meccanismo efficace per prendere in carico le loro richieste di asilo. I paesi europei hanno persino messo in atto politiche che impediscono ai richiedenti asilo di lasciare la Libia».