16 dicembre 2018
Aggiornato 19:30

Così la «pax putiniana» prova a fermare la guerra in Siria

Tutte le proposte di Putin per stabilizzare il Paese. Perché una cosa sola è chiara in Siria: Mosca vuole la pace

Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin (EPA/SERGEI KARPUKHIN)

MOSCA - Tra le proposte avanzate agli Stati Uniti in occasione del vertice di Helsinki Mosca avrebbe "proposto di creare un gruppo congiunto per il finanziamento della ricostruzione delle infrastrutture in Siria». Questo è quanto appreso durante il briefing presso il quartier generale del Ministero della Difesa russo a Mosca, nella sala K. K. Rokossovskogo. Intanto, il ritorno dei profughi viene visto come il primo passo per normalizzare la Siria. Trump alla conferenza stampa in Finlandia ha detto chiaramente che "una collaborazione tra gli Usa e la Russia può salvare centinaia di migliaia di vite in Siria». Mentre Putin ha sottolineato che "la Russia e gli Stati Uniti, senza dubbio, possono prendere su di sé la leadership della questione e organizzare la cooperazione per il superamento della crisi umanitaria, aiutando il ritorno dei profughi alle loro case». Secondo il generale Mikhail Mizintsev, capo del Centro di controllo nazionale della difesa della Russia, che ha parlato al briefing, "in queste circostanze, il rientro dei rifugiati e degli sfollati interni in luoghi di residenza e alloggi temporanei sta diventando un compito prioritario sul cammino verso la creazione di una vita pacifica e il primo ripristino del Paese nel suo complesso. Alla promozione attiva in questo settore contribuiscono agli accordi raggiunti dai presidenti della Russia e degli Stati Uniti nella riunione a Helsinki, sulla base del quale la parte americana ha inviato proposte specifiche per l'organizzazione del ritorno dei rifugiati ai loro luoghi di residenza permanente".

La Russia vuole la pace
Il pacchetto prevede lo sviluppo - continua Mizintsev - di un piano congiunto per il ritorno dei rifugiati ai luoghi di residenza preconflitto, con priorità ai cittadini siriani in Libano e Giordania, l'istituzione del centro di monitoraggio ad Amman russo-americano-giordano congiunto, così come la formazione di un gruppo simile in Libano. Inoltre, è stato proposto di creare un gruppo congiunto per finanziare il ripristino delle infrastrutture della Siria. Le proposte presentate dalla Russia sono attualmente in fase di elaborazione da parte americana, confermano fonti russe. Va ricordato che il capo del Centro di controllo nazionale della difesa della Russia, Mizintsev è stato promosso al grado di colonnello generale da Putin per il suo ruolo nell'operazione della task force russa in Siria e nei colloqui intersiriani. Le recenti avanzate sul campo delle truppe governative in Siria, in particolare nel Sud del Paese, testimoniano la determinazione della Russia, principale protettore del presidente Bashar al Assad, di imprimere una forte accelerazione al processo di pace siriano, imponendo una pax che coinvolga sia Israele che l'Iran, nemici giurati sull'incediario scacchiere mediorientale. Gli Usa sarebbero d'accordo in linea di principio, ottenendo un ridimensionamento quantomeno sul territorio della presenza iraniana.

Media arabi preoccupati
Di questa pax "frutto delle intese al summit di Helsinki" tra Trump e Putin parlano con grande preoccupazioni alcuni media dei Paesi del Golfo, in particolare i sauditi, che non vogliono vedere l'Iran diventare a pieno titolo un interlocutore fondamentale per la soluzione di uno dei conflitti più destabilizzanti della regione. Al Sharq al Awsat, quotidiano panarabo di proprietà saudita, scrive che la questione siriana è stata al vertice dell'agenda nel summit di Helsinki ed ha "ha disegnato forse l'inizio di un processo carico di pericoli e insidie». Ma ecco nel dettaglio gli elementi fondamentali del patto:

  • RITIRO IRANIANI DA SUD SIRIANO
    La prima fase del piano russo impone "il ritiro delle forze iraniane e le milizie sciite alleate fino a 80-100 chilometri dal sud siriano"; ovvero dai confini delle Alture del Golan, in gran parte annesse da Israele. In pratica, un ritiro delle milizie iraniane fino alla capitale Damasco. Una condizione, quella russa, che sarebbe stata accettata da Teheran. Di recente Ali Akbar Velayati, consigliere della guida suprema iraniana ayatollah Ali Khamenei, ha fatto una dichiarazione sibillina, che per i media arabi tuttavia può essere tradotta nell'ok alla richiesta di ritiro. Il consigliere ha detto che la presidenza di "consiglieri iraniani in Siria non ha nulla a che vedere con Israele".
  • RIPRISTINO ZONA CUSCINETTO SUL GOLAN
    Il secondo punto prevederebbe il ripristino tra Israele e Siria dell'accordo del 1974 con cui venne creata una zona cuscinetto smilitarizzata nel Golan. Uno sviluppo in parte già realizzato con l'accordo raggiunto tra i russi e i ribelli del Sud siriano che hanno accettato di consegnare al regime le loro armi pesanti e gran parte della provincia di Quneitra, a ridosso della zona cuscinetto. L'agenzia di stampa ufficiale siriana Sana ha riferito che in base a questo accordo l'esercito siriano si schiererà lungo la linea di demarcazione segnata nel 1974 e violata dal nuovo conflitto scoppiato nel 2011. Nel piano di Putin, che secondo il quotidiano Al Hayat è stato "concordato" con il premier israeliano Netanyahu, "è previsto anche il ritorno del contingente di monitoraggio Onu United Nations Disengagement Observer Force (Fnuod), che nel 1974 era stato incaricato di monitorare il rispetto dell'accordo.
  • LUCE VERDE USA A FORZE CURDE: NEGOZIATE CON ASSAD
    Un altro importante punto della "pax russa", il riavvicinamento al regime di Damasco delle forze curde ad oggi alleate degli Usa in Siria, avrebbe già incassato l'ok americano. "Abbiamo una luce verde americana per negoziare con il regime", ha detto alla testata qatariota Arabi al Jadeed, comandante delle forze democratiche siriane (SDF), alleanza dominata dai curdi siriani sostenuti dagli Usa che controlla praticamente quasi la totalità del territorio siriano ad Est del fiume Eufrate. "Non è escluso che le zone da noi controllate vengono consegnate al regime nell'ambito di un accordo".

I segnali che i curdi si stanno avvicinando al regime
Di direttive Usa date ai curdi affinché si "colmi la distanza" con Damasco ne parla anche l'Osservatorio siriano per i diritti umani, ong vicina all'opposizione che conta su una vasta rete di attivisti in tutto il Paese. L'ong in particolare illustra tre indizi che confermerebbero l'avvicinamento tra curdi e il regime. Lunedì scorso si è tenuta una conferenza organizzata dal braccio politico di SDF nella città siriana di al Tabaqa dal titolo "verso una transazione politica per una Siria decentralizzata». L'ong fa notare come le forze curde abbiano ormai rinunciato alla parola d'ordine del federalismo; Il secondo 'indizio' sono "negoziati in corso tra SDF e Damasco per consegnare al regime la città di Manbij, sottraendola ai turchi». Manbij è l'unica città ad Ovest dell'Eufrate rimasta sotto il controllo delle forze curde, ma un recente intesa tra Usa e Turchia prevede l'uscita dei combattenti curdi dalla città. Il terzo, e forse il più eclatante segnale, è l'annuncio alla tv curda Rudaw da un portavoce del Consiglio politico di SDF - di recente istituzione - sull'intenzione di aprire uffici a Damasco e altre città controllate dal regime. L'ok di Washington alla pace, sempre secondo l'Osservatorio, sarebbe condizionato da un forte ridimensionamento degli iraniani in Siria: cosa che sarebbe stata "garantita" dai russi.

6 milioni di sfollati
Sul fronte umano, 750mila siriani sfollati interni sono tornati alle loro case nella prima metà del 2018: un numero quasi pari a quello relativo a tutto il 2017, come hanno riferito le Nazioni Unite. I rientri riguardano sia aree che le forze governative hanno riconquistato dai gruppi dell'opposizione come Aleppo, Homs e la provincia di Damasco, ha detto l'agenzia Onu per i rifugiati in una dichiarazione. I numeri ancora parziali di quest'anno indicano un dato complessivo chiaramente superiore a quello del 2017, quando circa 760mila persone sono tornate nelle loro case dalle quale erano state costrette a fuggire. L'UNHCR ha affermato che nel 2017 ha "rafforzato le proprie capacità in Siria" in previsione del fatto che un numero maggiore di sfollati interni (IDP) sarebbe tornato verso alcune aree, invertendo le dinamiche del conflitto siriano. Più di sei milioni di siriani rimangono comunque sfollati all'interno della Siria, mentre 5,6 milioni vivono fuori dal Paese come rifugiati. L'UNHCR ha detto che solo 13mila rifugiati sono tornati in Siria nella prima metà di quest'anno. Esiste tuttavia l'incognita dei "profughi che si trovano alle porte della Siria, e presto si porrà il problema del loro ritorno» ha detto Gennady Gatilov, rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite a Ginevra, in un briefing prima dell'incontro degli ambasciatori russi nel mondo con il presidente russo Vladimir Putin al Ministero degli Esteri a Mosca.

Un nuovo incontro a Sochi
"Presto ci sarà un nuovo incontro a Sochi" dove, secondo Gatilov, sono stati invitati Staffan De Mistura e l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi. "Ginevra è un processo politico e molto sta accadendo sulle tematiche siriane", ha aggiunto. "Continua il coordinamento delle date per le nuove consultazioni della Troika di Astana con de Mistura. Non è escluso che si terranno nella prima metà di agosto, dicono, dopo l'imminente incontro internazionale ad alto livello sulla Siria, previsto per il 30-31 luglio a Sochi. "Resta inteso che saranno presenti tre paesi garanti (Russia, Turchia, Iran), i partiti siriani e anche osservatori. A margine di questo evento, è previsto un incontro regolare del gruppo di lavoro sullo scambio di detenuti e la ricerca di persone scomparse ", ha affermato il Rappresentante Permanente. Gatilov ha osservato che Mosca collabora in modo produttivo con l'inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la Siria, de Mistura appunto, e si aspetta che faccia pieno uso dello sviluppo dei formati di Sochi e Astana per far progredire il processo politico sulla piattaforma di Ginevra. La creazione di una commissione costituzionale è ancora il compito principale.