Esteri | Crisi coreana

Perché la Cina rischia di stare ai margini del disgelo nordcoreano

Pechino corre ai ripari e manda il ministro degli Esteri a Pyongyang. Sarà la prima visita di un capo della diplomazia cinese in Corea del Nord dal 2007

Il leader nordcoreano Kim Jong-un durante le celebrazioni del 75esimo anniversario della nascita di Kim Jong Il
Il leader nordcoreano Kim Jong-un durante le celebrazioni del 75esimo anniversario della nascita di Kim Jong Il (EPA/KCNA EDITORIAL USE ONLY)

PECHINO - La Cina, preoccupata di essere messa ai margini del disgelo nordcoreano, manda questa settimana il suo ministro degli Esteri Wang Yi a Pyongyang per fare il punto della situazione. Sarà la prima visita di un capo della diplomazia cinese in Corea del Nord dal 2007 e viene dopo che Kim Jong Un si è recato – a inizio aprile – in treno a Pechino per incontrare il presidente Xi Jinping prima dello storico terzo summit intercoreano con il leader del Sud Moon Jae-in dello scorso venerdì. E probabilmente servirà a preparare anche una visita di Xi, invitato da Kim a Pyongyang. Wang, secondo quanto ha comunicato il suo ministero, sarà nella capitale nordcoreana mercoledì e giovedì su invito della sua controparte nordcoreana Ri Yong Ho. I due si sono già visti durante la visita di Kim a Pechino. Mentre l’ultima visita di un premier cinese a Pyongyang risale al 2009.

Il problema sanzioni
La scarsità di rapporti al vertice tra due paesi che, sulla carta, sono alleati testimonia di quanto le relazioni tra Pechino e Pyongyang non siano particolarmente brillanti. D’altronde la Cina ha sostenuto una serie di sanzioni nei confronti della Corea del Nord, dopo che questa ha ignorato gli inviti dell’alleato a contenersi sul fronte dello sviluppo missilistico e nucleare. Pechino ha anche protestato in occasione degli ultimi test nucleari presso il sito di Punggye-ri, che è vicino al confine. A settembre dello scorso anno, quando si è svolto il sesto e più potente test nucleare nordcoreano, la deflagrazione ha provocato un terremoto di magnitudo 6,3 che ha suscitato il panico sul versante cinese del confine e ha provocato paura per l’eventuale ricaduta radioattiva, smentita dalla Corea del Nord.

Il nodo del sito nucleare di Punggye-ri
Durante il summit intercoreano Kim Jong Un ha detto a Moon che chiuderà il sito nucleare entro maggio. Non casualmente, proprio dalla Cina studiosi avevano affermato che in realtà quel sito non sarebbe ormai più utilizzabile perché i test nucleari avrebbero reso instabile la montagna. E’ stato lo stesso Kim, parlando con Moon, che ha smentito questa interpretazione: «Alcuni dicono che stiamo chiudendo il sito non più utilizzabile, ma vedrete che abbiamo due grandi tunnel e che sono in buone condizioni». Quest’affermazione è supportata anche dall’analisi del prestigioso sito di cose nordcoreane 38 North, per il quale fino a questo mese sono proseguiti lavori di ampliamento della struttura.

L'ipotesi "formato a tre"
Pechino, per quanto riguarda i negoziati, ha in passato fornito un’importante mediazione, ma nell’era Xi si è tenuta abbastanza fuori dal ginepraio nordcoreano. «La posizione del ministero degli Esteri cinese è stata quella di non considerarlo un proprio affare e di lasciare che Nord Corea e Usa comunicassero direttamente», ha segnalato Zhang Liangui della Scuola centrale di partito, che addestra i quadri del Partito comunista, al South China Morning Post. «Ora però le cose sono fuori dal controllo della Cina e non è una sorpresa che si trovi esclusa dalle discussioni». Pechino è firmataria dell’armistizio che ha interrotto la Guerra di Corea nel 1953, quindi la possibilità che resti del tutto esclusa non si pone: se l’auspicio è quello di un superamento del regime di armistizio, c’è bisogno anche della sua firma. Tuttavia la Dichiarazione congiunta di Panmunjom, firmata da Kim e Moon, ipotizza l’eventualità di un formato a tre (Sudcorea, Nordcorea, Usa) – accanto a un eventuale formato a quattro che includa anche la Cina – per i colloqui sul disgelo. Non c’è più cenno al formato a sei (che include anche Russia e Giappone), che era stato promosso proprio da Pechino. Un alto diplomatico cinese, sempre al South China Morning Post, ha supposto che sia Seoul che Pyongyang vogliano diluire l’influenza di Pechino nella Penisola coreana.

Il ruolo di Trump
Per quanto il presidente Usa Donald Trump si sia affrettato a lodare il ruolo avuto da Xi e dalla Cina nell’evoluzione che ha portato al vertice e porterà all’eventuale summit Trump-Kim a fine maggio-inizio giugno – e tra le possibili location potrebbe esservi anche la Cina - il pallino è sostanzialmente nelle mani di Washington, dopo che Kim ha posto sul tavolo la denuclearizzazione. Bisognerà capire di quanto rigore Trump intenda caricare questa nozione. Finora l’amministrazione Trump – anche per bocca del consigliere di sicurezza nazionale John Bolton, un falco – ripete come un mantra la formula di una denuclearizzazione «completa, verificabile e irreversibile». E Bolton ha posto come modello il precedente della Libia del 2003-2004. Non è molto rassicurante per Pyongyang, vista la fine fatta dal protagonista di quel disarmo: il colonnello Muammar Gheddafi.