Referendum Catalogna

Come il giocatore di Dostoevskij, Puigdemont giocherà la carta dell'indipendenza per scatenare la repressione?

L'indipendenza catalana diventa giorno dopo giorno più difficile. Perché la Generalitat di Puigdemont potrebbe giocare la carta della disperazione: il tutto per tutto sul tavolo verde del conflitto

BARCELLONA - Non poteva che essere Vargas Llosa a mettere la pietra tombale sull’indipendenza catalana, o quanto meno sull’indipendenza attraverso un processo più o meno pacifico. Lo scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 2010, dopo un burrascoso passato maoista-castrista è da diversi decenni uno degli alfieri della globalizzazione neoliberista. Il più classico dei percorsi culturali degli ultimi decenni: da un fanatismo all’altro, con soluzione di continuità. Il suo, a Madrid di fronte a una folla immensa, è stato un intervento squisitamente politico, che sfrutta l’Olimpo letterario raggiunto, e riconosciuto, per esprimere un parere pesante, e ovviamente legittimo. Il passaggio in cui ha parlato di «golpe» è però un artificio retorico che macchia la complessità del suo pensiero, almeno per coloro che lo hanno potuto conoscere attraverso i suoi straordinari romanzi. Parole pericolose, che banalizzano e complessificano, al contempo. Banalizzano perché, ovviamente, non si può parlare di golpe: le spinte autonomiste sono forti, radicate e popolari. E farle valere è un passo legittimo, perché non si possono ignorare le tensioni sociali che due milioni di catalani vivono. Complessificano, le parole inerenti al "golpe", perché, in realtà, si tratta di un azzardo politico mal congegnato, per molti versi perfino sgangherato, come spiegheremo più avanti. Il governo centrale ha quindi giocato, un po’ brutalmente, la carta dell’intellettuale organico: perché non esiste in natura nulla di più organico al sistema ideologico mediatico dominante di coloro che vincono il premio Nobel.

Come al tavolo verde
La situazione spagnola, comprendente anche coloro che se ne vogliono andare, vista da lontano è la summa di tutte le confusioni umane che rendono prevedibili, e  tristi, i nostri tempi. Tempi in cui ogni reale intenzione è nascosta dietro la comoda maschera del conformismo e del perbenismo, sotto la quale però si muovono indomabili forze profonde. A pochi giorni di distanza dal voto catalano, l’intera operazione appare un immenso gioco d’azzardo. Come il giocatore di Dostoevskij, Aleksej Ivànovic, che diceva: «C’è voluttà nell’estremo grado dell’umiliazione e dell’avvilimento», così il governo catalano di Puigdemont si appresta ad essere avvolto dall’annichilimento che Madrid, il re, l’intera comunità finanziaria ed economica, sta per riservargli. Questo perché, per rimanere come nella classica tragica follia dostoevskiana, ha gettato sul tavolo verde tutto quello che aveva, forse perché non poteva fare altrimenti.

Dati sorprendenti
Sorprendenti sono infatti i dati relativi al voto. Dimostrano che a volere l'indipendenza è una minoranza: ha partecipato meno del 50%. Due milioni di voti su 5,5 di elettori, con regole cambiate poco prima dell’apertura delle urne e schede stampate a casa: è difficile parlare di legittimità democratica con queste caratteristiche. Gli indipendentisti, dati alla mano, non hanno mai preso la maggioranza dei voti in nessuna elezione catalana: nel 2014 si fermarono alla stessa soglia. E nemmeno la coalizione che sostiene politicamente il referendum è mai stata maggioranza. Ovviamente le violenze avranno disincentivato la partecipazione al voto, ma è la stessa Generalitat che ha parlato di «voto regolare». Paradossalmente, ciò che ha salvato gli indipendentisti, è stata la violenza della Guardia Civil: ci torneremo.

La tentazione del martirio
Nonostante ciò, pare che Puigdemont potrebbe tentare l’ennesima forzatura, l’ennesimo lancio di dadi senza copertura, ovvero la dichiarazione di indipendenza. Il tutto mentre nella Catalogna avanza un movimento sempre più ampio che vuole la trattativa, o quanto meno un dialogo. Si può pensare che sul tavolo da gioco ci si possa spingere al punto tale da indurre il governo presieduto da Mariano Rajoy a utilizzare il pugno di ferro, a suon di carri armati che manovrano nelle larghe e comode ramblas di Barcellona? In sintesi e in forma provocatoria: la Generalitat, vista perduta la possibilità di indipendenza per via democratica, stimolerà la reazione brutale del governo centrale?  E’ noto, in tal senso, la funzione del «martirio». Da millenni si sa che dal sangue dei martiri nascono e si sviluppano i miti fondanti delle comunità in rivolta. E’ un passaggio obbligato per chi si sente perduto e per abili giocatori di scacchi: un processo manipolatorio delle masse molto noto. Fonda la sua potenza sul senso di colpa che scatena nell’opinione pubblica terza, ovvero non direttamente coinvolta nel conflitto.

Le immagini della repressione fanno il giro del mondo
Le immagini della repressione in tutto il mondo scatenano un’ondata di empatia senza precedenti. L’indignazione provocata dalle scene in cui energumeni nero vestiti picchiano cittadini armati solo di una scheda elettorale sono state ben più potenti di tutte le legittime rivendicazioni storiche, linguistiche, culturali ed economiche dei catalani. Il martirio di poche giorni fa, infatti, ha spostato perfino l’opinione di quella parte politica, si pensi alla sindaca di Barcellona Ada Colau, che seppur tra mille equilibrismi si è sempre espressa per l’unità del paese. Ma, ovviamente, i nodi vengono al pettine: non si può procedere verso l’indipendenza della Catalogna in virtù della violenza della Guardia Civil. E’ un principio culturale che può far breccia nei cuori sensibili, ma non tiene sul lungo periodo, quando emergono le ragioni pesanti della questione. Ma soprattutto apre a scenari in cui l’intera comunità europea verrebbe coinvolta, in primis dal punto di vista economico.

Due vie per gli indipendentisti
I politici indipendentisti catalani hanno, in questo momento complicato, due vie: aprire una trattativa, che probabilmente li vedrà uscire con l’onore delle armi, oppure buttare la Catalogna nel voluto martirio. E’ la via dostoevskiana dove il giocatore, disperato, getta sul tavolo verde tutto quello che ha per recuperare. E, in un tripudio paranoico classico, immagina di vincere contro la sorte, contro i nemici e perfino contro gli amici.