14 novembre 2019
Aggiornato 16:30
Immigrazione e Libia

Haftar in Italia vuole fermare gli sbarchi in cambio di elicotteri. E ora Minniti è tra due fuochi (e rischia di bruciarsi)

Rotto definitivamente il tabù italico dell'inavvicinabilità di Haftar, il generale è stato invitato a Roma per incontrare Pinotti, Minniti e altri vertici militari e non. E si è presentato con un piano anti-sbarchi e una lista di richieste che a Sarraj non piaceranno affatto

Il ministro dell'Interno Marco Minniti e il generale Khalifa Haftar
Il ministro dell'Interno Marco Minniti e il generale Khalifa Haftar ANSA

ROMA - Quando il ministro dell'Interno Marco Minniti è intervenuto ad Atreju, la kermesse di Fratelli d'Italia tenutasi a Roma, tra le altre cose ha voluto dar conto della sua decisione di trattare, al fine di risolvere la crisi migratoria, con un governo debole come quello di Fayez al-Sarraj, nonostante molti ritenessero che stesse collaborando «con la persona sbagliata». La persona giusta, per i commentatori critici, sarebbe stato il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica e nemico di Sarraj, che può notoriamente contare sul controllo di una buona fetta del territorio libico. In quell'occasione, Minniti – forte dei risultati ottenuti finora – ha ricordato retoricamente che è Sarraj l'unico premier legittimo dell'unico governo libico riconosciuto dall'Onu, governo che, davanti all'assemblea delle Nazioni Unite a New York, ha riconosciuto esplicitamente il ruolo dell'Italia nella gestione della crisi libica.

L'imprescindibile (ma innominabile) ruolo di Haftar
Fuor di retorica, Marco Minniti è però perfettamente consapevole dell'imprescindibile ruolo di Khalifa Haftar nello scioglimento della crisi. Lo dimostra il fatto che lo stesso Minniti ha incontrato Haftar in due occasioni, prima alcune settimane fa in Libia e poi, pochi giorni fa, in occasione della visita del generale a Roma, squarciando definitivamente quello che fino a poco prima per il Belpaese era considerato un vero e proprio tabù.

Il piano anti-sbarchi di Haftar
Dal canto suo, nei suoi incontri a Roma con la ministra della Difesa Roberta Pinotti, con lo stesso Minniti, con il Capo di Stato Maggiore Claudio Graziano e con i vertici dei servizi, il generale Haftar ha presentato «un piano elaborato» per il contrasto all'immigrazione illegale in Libia, «ben consapevole che la Libia non è il punto di arrivo ma solo un corridoio per i migranti che vengono in Europa». Lo ha spiegato lo stesso generale libico in un'intervista al Corriere della Sera. Il piano, ha aggiunto l'uomo forte della Cirenaica, «comprende la necessità di trattare con i Paesi confinanti con la Libia da cui partono i migranti». «Quanto al controllo delle frontiere Sud, le mie forze possono fornire manodopera, ma voi europei dovete inviare aiuti: droni, elicotteri, visori notturni, veicoli», ha aggiunto Haftar.

Haftar chiede elicotteri, ma l'Italia rispetta l'embargo Onu
La richiesta di invio di materiale militare si scontra però con la decisione dell'Italia di rispettare l'embargo Onu sul materiale bellico in Libia. «Da tempo dico che tale embargo va cancellato nei riguardi del nostro esercito nazionale. Tutti i Paesi europei interessati a fermare i migranti dovrebbero revocarlo», ha replicato il generale libico. «Il ministro Pinotti comunque ha già accettato un programma di addestramento dei nostri soldati in Italia».

La legittimazione di Haftar
Haftar, in ogni caso, si è definito «molto contento» dei colloqui avuti a Roma, che ha detto di considerare «un successo». E lo è effettivamente stato, per il generale, se si considera che fino a pochi mesi fa l'unico possibile interlocutore dell'Italia sulla crisi libica era Sarraj, mentre Haftar, suo nemico giurato sponsorizzato dall'Egitto e sostenuto dalla Russia, veniva considerato – in spregio ad ogni barlume di realpolitik – un attore importante ma inavvicinabile. Oggi, Haftar vede la propria figura in qualche modo riabilitata e legittimata a livello internazionale, e riconosciuta come imprescindibile parte in causa nella risoluzione di una crisi dai contorni ancora frastagliati.

Appianare le incomprensioni
«Finalmente abbiamo avuto un colloquio chiarificatore in questa vostra magnifica capitale», ha commentato. «Era necessario ed è stato utilissimo per appianare le tante incomprensioni reciproche. Più che prendere decisioni, ci siamo spiegati a vicenda. Ci saranno altri incontri per approfondire la nostra collaborazione. Anche se è ovvio che restiamo noi a decidere, e soltanto noi, se e in quali circostanze dobbiamo ricorrere alla forza per combattere il terrorismo e difendere i libici in casa loro».

Ma sull'accordo con la Libia Haftar rimane scettico
Quanto al recente accordo tra l'Italia, il governo di Fayez al Sarraj e alcune milizie dell'Ovest libico per bloccare il traffico di migranti, Haftar continua però a giudicarlo «un grande errore». «Il governo italiano non dovrebbe lasciarsi illudere dalle milizie. Pagarle significa cadere in un circolo vizioso: domani faranno la lotta fra loro per spartirsi il bottino e chiederanno più soldi, sarà un ricatto infinito», ha insistito Haftar. «L'unica forza sovrana è il nostro esercito, che oltretutto non chiede neppure un soldo. Dove noi siamo presenti finiscono il traffico dei migranti e anche il contrabbando di petrolio o di armi. I flussi dei migranti sono diminuiti non grazie alle milizie, ma al nostro esercito che sta estendendo il dominio sul territorio».

Perché Haftar in Italia?
Certo è che l'incontro tra l'uomo forte della Cirenaica e quello che il New York Times ha definito «il signore delle spie» è avvenuto a porte serratissime, perché, ha detto il Viminale, «il ministero in sé e per sé non c'entra». In ambito diplomatico, la visita a Roma del generale viene etichettata come "tecnica", dato che l'Italia continua ufficialmente a non riconoscere il ruolo di Haftar e ad appoggiare il governo di accordo nazionale di Tripoli guidato dal premier Fayez al Sarraj. Ma è ormai chiaro a tutti anche qui in Italia che con il generale sia necessario fare i conti. Secondo il quotidiano panarabo edito a Londra «al Arab al Jadid», che citava fonti vicine ad Haftar, l'Italia avrebbe chiesto al generale di proteggere gli impianti di Mellitah, operati da Eni in joint-venture con la statale libica Noc. Ma è chiaro che in ballo c'è molto di più: lo dimostrano le rivendicazioni effettuate dal generale nemico di Sarraj, che si è presentato a Roma con un piano composito per fermare i migranti e con la richiesta di materiale bellico.

Un piede in due scarpe, l'Italia tra due fuochi
Sullo sfondo, il dubbio impronunciabile, ma che è più che altro un segreto di Pulcinella, sul fatto che i risultati sugli sbarchi per ora raggiunti interloquendo con il solo Sarraj non siano destinati a durare. Lo sa Haftar, che ha preparato appositamente una roadmap sottoposta all'Italia, e lo sa Minniti. E qui si apre la questione delle questioni: come farà l'Italia a tenere il piede in due scarpe (quella di Sarraj e, pur in maniera più defilata, quella di Haftar), scongiurando il rischio che una delle due non si sfili definitivamente? L'equilibrio è fragilissimo, e Minniti lo sa bene: anche perché, alla notizia dell'invito dell'Italia ad Haftar, il consiglio militare della città di Sabratha si è irritato a tal punto che le milizie ad esso collegate hanno inondato il mare di barconi. L'Italia, insomma, è tra due fuochi, ed è un attimo che uno dei due decida di riattivare il «rubinetto» dei migranti per rafforzare la propria posizione nelle contrattazioni.