Presidenza Macron

Macron tradisce il popolo con la riforma del lavoro: madame et monsieur, ecco a voi la rivoluzione che non c'è

Emmanuel Macron ha preparato la più ambiziosa riforma del mercato del lavoro dell'ultimo decennio, ispirandosi al modello tedesco delle riforme Hartz. Ma le proteste che sono seguite inducono a una riflessione economica e politica

PARIGI – Macron insegue Berlino. Il presidente francese ha preparato la più ambiziosa riforma del mercato del lavoro dell'ultimo decennio. E per farlo si è ispirato al «modello tedesco» delle riforme Hartz. Ci sono voluti oltre tre mesi di trattative e almeno una cinquantina di incontri bilaterali tra il governo e le parti sociali per arrivare al corposo documento di 159 pagine che cambierà per sempre i diritti e le condizioni dei lavoratori francesi. Ma, mentre in Francia esplode violenta la protesta e i sindacati sono divisi sul da farsi, la finanza applaude la riforma. Perché? Cosa cambierà nel mercato del lavoro d'Oltralpe? E cosa è successo davvero in Germania con le riforme Hartz che attende anche i lavoratori francesi? Infine, cosa rischia Emmanuel Macron nell'affrontare gli scioperi selvaggi che, inevitabilmente, sconvolgeranno la Francia per i prossimi mesi?

La passione dei francesi per le riforme Hartz
Da quando sono state approvate in Germania, tra il 2003 e il 2005, le riforme Hartz costituiscono una inestinguibile fonte di ammirazione per l'establishment francese. E con l'arrivo all'Eliseo di Emmanuel Macron l'ode al «modello tedesco» si è trasformata in una vera e propria riforma del mercato del lavoro destinata a cambiare per sempre la vita dei lavoratori di tutta la Francia. L'economista Pierre Cahuc, ispiratore della riforma, sostiene che «l'eccezionale riuscita dell'economia tedesca» si deve proprio alle riforme Hartz e non ha alcun dubbio sulla necessità di esportarle nel suo Paese quanto più rapidamente possibile. Tuttavia, i sindacalisti tedeschi non la pensano allo stesso modo tanto che da tempo stanno cercando di mettere in guardia i colleghi parigini: «Le riforme Macron ci inquietano parecchio perché rischiano di spingere i salari verso il basso e di diffondersi a macchia d’olio», ha dichiarato uno dei leader del sindacato Ver.di Dierk Hirschel. «L’evoluzione attuale appare tragica - gli fa eco il collega sindacalista Ralf Krämer - . Speriamo che i sindacati francesi non ripeteranno i nostri errori e si sapranno mostrare più aggressivi di noi».

Protesta di piazza contro la riforma del lavoro di Macron
Protesta di piazza contro la riforma del lavoro di Macron (EPA/IAN lANGSDON)

Cosa cambia con la riforma del lavoro di Macron?
Ma cosa prevede la riforma del mercato del lavoro di Macron? Scopo della riforma è quello di indebolire il potere contrattuale dei sindacati e rendere più snelli i licenziamenti per provare a incentivare le assunzioni. Via libera, quindi, al precariato perché i contratti a tempo determinato saranno liberalizzati. Finora, in Francia, era possibile rinnovarli al massimo due volte ed erano disciplinati da una legge dello Stato. Con la riforma voluta da Macron i vari settori economici avranno carta bianca per cambiare durata e rinnovo. Inoltre, le aziende con meno di 50 dipendenti avranno molte meno regole da rispettare e non saranno più obbligate ad avere una rappresentanza interna dei lavoratori. Via libera anche ai licenziamenti: viene introdotto un limite massimo per gli indennizzi, che prima venivano stabiliti discrezionalmente dai giudici. Il mondo della finanza francese plaude alle riforme, che garantiranno una maggiore flessibilità del mondo del lavoro e faranno contenti gli imprenditori. Ma cosa ne sarà, invece, dei diritti dei lavoratori?

La miseria nascosta dietro il miracolo economico tedesco
La risposta arriva direttamente dalla Germania. Se da un lato è vero che le riforme Hartz hanno sostenuto la ripresa economica tedesca, dall'altro hanno peggiorato significativamente le condizioni dei lavoratori teutonici. L'esordio e il boom dei minijobs (lavori part-time retribuiti con 450 euro al mese e privi di contributi previdenziali) insieme alla deregolamentazione del mercato del lavoro hanno trasformato i disoccupati tedeschi in indigenti. I lavoratori sono obbligati dai servizi per l'impiego ad accettare ogni tipo di mansione, anche se mal remunerata e non adatta alle loro capacità o competenze, per non perdere i sussidi familiari versati dallo Stato e le indennità per i disoccupati – bassissime – li spingono nella stessa direzione. Inoltre il precariato è diventato la condizione esistenziale «normale» per molti di loro: basti pensare che i contratti a tempo determinato sono passati da 300mila nel 2000 a oltre un milione nel 2016. E si tratta di poveri in potenza che, una volta raggiunta l'età pensionabile, non avranno alcuna pensione con cui sostenersi economicamente. La Germania ha trasformato con le riforme Hartz i suoi disoccupati in bisognosi e la Francia si appresta a fare lo stesso.

Un'immagine delle proteste contro la riforma del lavoro di Macron
Un'immagine delle proteste contro la riforma del lavoro di Macron (EPA/YOAN VALAT)

Il dato politico: una popolarità già in calo
Oltre al dato economico, però, c'è quello politico, strettamente connesso al primo. Perché quella delle scorse ore è stata la prima grande protesta sindacal-popolare dell'era Macron, che il Presidente difficilmente potrà liquidare come «normale amministrazione». Innanzitutto perché avviene a pochi mesi dall'inizio del suo mandato, di pari passo con un brusco calo di popolarità che dimostra come il suo «trionfo» elettorale fosse viziato già a priori. Un malcontento che l'enfasi del nuovo inquilino dell'Eliseo è riuscita a nascondere solo per poco. In effetti, un sondaggio realizzato da Liberation dopo il primo turno elettorale mostrava già come il 58% di chi ha votato per lui lo avesse fatto senza alcuna convinzione. Il 25% dell'elettorato non era soddisfatto di nessuno dei due candidati, e l'astensione al secondo turno è stata la più alta dal 1969. Segnali che rendono un po' più comprensibile il motivo per cui, dopo solo pochi mesi dalla sua elezione, Macron è già interessato da un evidente calo di popolarità.

Il «popolo» tradito proprio sul lavoro
Significativo anche il fatto che sia proprio su un argomento come il lavoro che le prime proteste sindacali e di piazza si sono scatenate. Significativo perché, in un'Europa che chiede a gran voce cambiamento e ascolto dalla politica, il lavoro è uno dei temi dell'agenda su cui gli elettori reclamano più attenzione e più impegno da parte di chi li rappresenta. E Macron – è bene ricordarlo – si è presentato in campagna elettorale come l'uomo del cambiamento, contrapposto all'establishment, ma dall'apparenza più rassicurante dei populisti. E qui casca l'asino: perché il giovane neo-Presidente, alla fine, ha tradito la piazza proprio sul tema su cui, prima di lui, era cascato anche Hollande, che con il suo «Jobs Act in salsa francese» per mesi ha scatenato le proteste di migliaia di cittadini.

Un manifestante con la bandiera "Resistance and Existence"
Un manifestante con la bandiera "Resistance and Existence" (EPA/YOAN VALAT)

Una terza via che non c'è
Qualcosa, insomma, nel «meccanismo Macron» pare essersi inceppato praticamente fin da subito. Quel «quid» riguarda proprio l'immagine che il giovane candidato si è costruito nei mesi della campagna elettorale, dietro alla quale comincia a scorgersi un solido nulla. La promessa di Macron è stata quella di creare una «terza via» tra tecnocrazia e populismo, attuando quella che è stata annunciata come una vera e propria «rivoluzione copernicana». Ma è proprio questa opera di costante e ambigua mediazione tra establishment e rivoluzione, liberismo e protezionismo, finanza e popolo a farlo traballare pericolosamente. In Francia e non solo, molti commentatori hanno evidenziato come, in ogni dibattito, Macron rifiutasse di prendere una posizione netta tra i due estremi, e molti comici hanno giocato sulla sua abitudine di iniziare ogni discorso con l'espressione «en meme temps», «allo stesso tempo». Un «vuoto politico» che il giovane Presidente ha cercato di coprire con uno smodato egocentrismo e con il tentativo di costruire intorno a sé un vero e proprio culto della personalità (non a caso, subito dopo l'elezione, dichiarò di voler essere un presidente «jupiter», «alla Zeus»). Un vuoto che, più passa il tempo, più sarà complicato da nascondere.