24 febbraio 2020
Aggiornato 16:46
Libia

Libia, Minniti vola dal «nemico» di Serraj Haftar: al via riposizionamento dell'Italia nella crisi

E' stato un incontro blindatissimo quello tra il ministro dell'Interno Marco Minniti e il generale Khalifa Haftar. Simbolo di un riposizionamento all'insegna della realpolitik dell'Italia, fino ad ora interlocutrice privilegiata del premier Serraj, nella crisi libica

Il ministro dell'Interno Marco Minniti e il generale Khalifa Haftar
Il ministro dell'Interno Marco Minniti e il generale Khalifa Haftar ANSA

ROMA - E' stato un incontro blindato, riservatissimo, tanto che le prime informazioni del summit  sono emerse solo l'indomani a Bengasi e ripubblicate brevemente dal portale libico Al Wasat. Il summit tra il ministro dell'Interno Marco Minniti e il generale libico Khalifa Haftar è stato immortalato in una eloquente fotografia che ritrae i due sorridenti mentre si stringono la mano, a suggello, chissà, di nuovi patti di collaborazione. Del resto, l'uomo forte della Cirenaica afferma di controllare oltre il 70% del territorio libico, territorio da cui peraltro passa la buona parte delle rotte dei migranti, e se fino a poco fa il nostro dialogo con il premier al-Sarraj portava e ben poco era proprio perché al Governo di Unità Nazionale manca ancora legittimazione popolare e controllo di buona parte del territorio. 

La stabilità della Libia passa anche (e soprattutto) per Haftar
Il ministro degli Interni italiano, secondo il quotidiano libico, ha affermato che l'Algeria e Roma sono interessati alla stabilità della Libia, perché è importante per combattere il terrorismo e il traffico di esseri umani. Una mossa, quella di Minniti, che rappresenta un significativo riposizionamento dell'Italia nella crisi libica: abbandonato lo status di interlocutore privilegiato del governo riconosciuto dall'Onu di Faiez Al-Sarraj, il Belpaese sembra oggi optare per la realpolitik e presentarsi come mediatore equidistante delle due parti.

Il reset con l'Egitto
Per raggiungere tale risultato, è stato necessario ingoiare il boccone amaro del caso Regeni, riportando l'ambasciatore italiano al Cairo e ripristinando rapporti molto più cordiali con Al-Sisi, da sempre sostenitore della causa di Haftar in Libia. Secondo alcuni osservatori, l'Italia potrebbe aver messo sul piatto anche nuovi stanziamenti di denaro, questa volta a favore della Cirenaica.

Tensioni
Di fronte alla virata italiana, il premier libico Faiez al Serraj ha ostentato tranquillità: «Ovvio che noi siamo stati avvisati del viaggio di Minniti a Bengasi. Del resto così hanno fatto negli ultimi giorni anche i ministri degli Esteri inglese e francese. Sono mosse nello spirito delle intese di Parigi», commentano i portavoce del premier del governo riconosciuto dall'Onu. Nonostante queste affermazioni concilianti, la tensione resta alta. Basti considerare la nomina a ministro degli Interni del capitano Faraj Gjiem, ex responsabile dei servizi dell’antiterrorismo sostenuto dal Parlamento di Tobruk, nonché esponente della tribù di Al Awaqir, che appoggia Haftar: una decisione che ha scatenato molti mal di pancia tra i fedeli dell'uomo forte della Cirenaica, che, per placare gli animi, ha dovuto emanare un decreto che vieta ogni collaborazione con i rappresentanti del governo Serraj. Segno che per rendere pienamente operanti gli accordi di Parigi c'è ancora molta strada da fare.