19 giugno 2019
Aggiornato 04:30
Mancato per 25 secondi il limite

Fallito il tentativo di Nike di scendere sotto le due nella maratona. Si salva la dignità umana, e degli Stati

La Nike ha fallito il suo tentativo, che avrebbe spostato la percezione umana su un nuovo piano valoriale. Un tentativo assurdo, eseguito a Monza, volto a dimostrare la volontà di potenza dei grandi poteri economici

MILANO - Questa storia riguarda tutti coloro che non hanno mai fatto un passo di corsa, così come quelli che hanno la mania dello sport. Quelli che fanno le ripetute misurandosi il bpm, come coloro che passano languidamente la domenica pomeriggio spalmati sul divano con la lattina di birra e il rutto libero fantozziano. Riguarda tutti coloro che non vogliono vivere in un mondo finto, artificiale, fatto di storytelling e narrazioni: fatto cioè di menzogne costruite a tavolino. Riguarda tutti coloro che pensano che la realtà sia ancora meglio del teatro, anche se questo può risultare spettacolare e simpatico. E in ultimo, riguarda tutti coloro che pensano che l’invenzione delle invenzioni, lo Stato, non possa essere sostituito da quelle simpatiche canaglie delle multinazionali. In breve: il colosso dei colossi, la Nike, si è inventata a Monza la «Breaking 2», ovvero il tentativo di portare un uomo a correre la maratona sotto le due ore. Un’impresa, quindi. Per fare questo ha preparato un grande teatro dove il più forte maratoneta del mondo, e probabilmente della storia, Eliud Kipchoge, ha dato l’assalto al tempo e alla storia. Tutto falsato ovviamente: scarpe che rimbalzano, lepri a profusione poste a freccia di fronte al corridore, asfalto ultraliscio, condizioni climatiche perfette. Il muro delle due ore non è stato infranto per venticinque secondi, e il buon keniano Kipchoge è tornato a casa, senza record e senza gloria. Decine, forse centinaia, di milioni di dollari che la mega multinazionale aveva investito per questa sceneggiata sono andati in fumo. Molti si sono rammaricati, perché per questa trovata sono stati chiamati in causa «valori» – ricordiamo bene questa parola – come progresso e modernità.

Il concetto di limite, e di libertà
Noi, invece, ne siamo contenti, perché ha perso, per una volta, la tecnica, il business, il marketing. Un vincitore, in tutto questo nero lutto, però c’è: l’essere umano. L’essere umano dovrà, prima o poi, rasserenarsi e fare la pace con il concetto di limite, intrinseco alla natura. La furibonda guerra che stiamo portando avanti, ciechi di fronte alla devastazione fredda che lasciamo al nostro passaggio, si è schiantata per una volta contro la frustrazione del mancato obbiettivo. Finalmente, era ora. Non c’entra nulla il luddismo, in tutto ciò. E’ invece dirimente l’idea di umanità che vogliamo avere. L’uomo come protesi di una macchina o di un laboratorio, come nei peggiori scenari di Philip Dick? Questa è la libertà che desideriamo? E’ stato liberatorio vedere l’essere umano perdere, mancare il suo obbiettivo per appena 26 secondi, in poco più di 150 metri. E’ meraviglioso perché finalmente ci mette di fronte, almeno temporaneamente, al limite che esiste tra l’uomo e il robot umano. Il principe della corsa, Kipchoge, era stato programmato come una macchina da tempo, Né più, né meno. E su di lui, mero pezzo di carne, doveva innestarsi lo storytelling della Nike.

Abolizione degli Stati?
Vi è una trasformazione epocale in tutto questo, una trasformazione perversa perché viviamo la peggiore delle utopie negative con il sorriso sulla bocca. Perché quel record, se fosse stato ottenuto, non sarebbe mai stato di un essere umano: ma di una multinazionale che aveva creato un cyborg in laboratorio, e come un automa l’aveva spedito a muovere i suoi arti il più velocemente possibile. Per la prima volta nella storia un record sportivo sarebbe stato intestato non a un essere umano, ma ad una multinazionale. E’ un processo, questo, che non riguarda solo il marketing estremo inerente la vendita di scarpette o tute. Riguarda l’esproprio da parte della tecnoscienza delle strutture umane. E qui, si apre un enorme interrogativo, ben più ampio di quello già sconfinato inerente il piano sportivo. Tutto questo non è solo un fenomeno da baraccone, bensì è un piano di astrazione superiore, in cui si tenta di provare, anche con lo sport, che il potere economico non solo è più forte di quello dello Stato, ma soprattutto può sostituirlo. Il Kenya, gli Usa o chi preferite, questo è il messaggio, non potrebbe mai tentare di portare un «suo» atleta a compiere un gesto estremo come quello di Kipchoge: la Nike sì. Perché ha soldi, laboratori, scienza e intelligenze, che nemmeno la più ricca delle nazioni può vantare. Questa si chiama, per dirla con le parole di Nietzsche, «volontà di potenza». Dimenticate il lato spettacolare della vicenda: quando vengono investite somme così importanti su piani simbolici così potenti non è per farsi pubblicità. Il fine ultimo è la creazione di un nuovo significato valoriale, una nuova prospettiva umana. Tracciare un solco, il terzo più grande nella storia umana: dopo Dio, dopo gli Stati, ecco le Multinazionali dall’infinita potenza.

Soros e la maratona italiana
Nelle scorse settimane il primo ministro Gentiloni ha ricevuto per un colloquio privato il finanziere Soros. Nessuno sa i due cosa si siano detti: la visita è stata inaspettata, e fino all’ultimo tenuta sotto segreto. Ora sarebbe il caso di sapere cosa si siano detti uno Stato, Gentiloni, e un potentato economico privato, Soros. E soprattutto come sia possibile che due scale di valori, e in teoria di potenza, disquisiscano da pari a pari. Non si vuole entrare dentro imprevedibili dietrologie, ma è evidente che l’erosione di potere del privato sullo Stato è in fase avanzata, se non terminale. Così, mentre un multinazionale dell’abbigliamento tenta di spodestare le nazioni, e perfino l’essere umano, dal primato dello sport, così i grandi poteri finanziari si presentano, senza avvertire, e provano spudoratamente a imporre la loro visione del mondo. In tutto questo vengono cancellati i valori dello sport da un lato, e della democrazia dall’altro. Due mondi solo apparentemente lontani, accomunati da un lungo percorso nato in Grecia millenni fa, quando la parola «valore» non misurava il costo di un prodotto, di un dentifricio come di un voto, ma lo spirito di una cultura in relazione con il divenire umano.