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Trump, i forni di Assad, il Russiagate e lo storytelling: come i media manipolano le nostre ultime (r)esistenze cerebrali

Il presidente Trump anziché regalare gagliardetti e penne antiche al ministro russo Lavrov dona informazioni top secret. Assad è Hitler, incenerisce gli oppositori in un forno crematorio. Dosi sempre maggiori di propaganda vengono somministrate per scuotere il consumatore mediatico occidentale

WASHINGTON - I "due minuti dell’odio" che vengono somministrati all’ignaro mediadipendente raccontano l’incipiente assuefazione planetaria a dosi sempre maggiori di emotività distruttiva. I due minuti dell’odio, invenzione letteraria orwelliana, come tanti altri artifici retorici de «1984», sono qui tra noi: materiali, lapalissiani, pietre angolari di una società che vive di storytelling. Cosa è questo storytelling di cui tutti parlano? Si tratta dell'evoluzione in senso commerciale della defunta parola "ideologia", ed è la rappresentazione della realtà che sostituisce la realtà. Esso può essere costruttivo o distruttivo, ma in nessun caso deve essere di tipo riflessivo. Lo storytelling deve impedire il pensiero, la fatica mentale, la riflessione e in generale la creazione di ogni complessità. Lo storytelling deve abbattere l'emisfero sinistro del cervello, farlo atrofizzare, ridurlo a corpo flaccido e inutile. Deve invece iper stimolare, e quindi iper sviluppare, l'emisfero destro: quello delle emozioni, della passionalità istintiva.

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Odio a reti unificate
A reti unificate, durante il telegiornale unico che alle otto di sera manda in onda i due minuti dell’odio, abbiamo potuto scoprire che in Siria ci sono i forni crematori in cui Assad brucia i cadaveri degli oppositori che vengono impiccati al ritmo di cinquanta all’ora. Il servizio, spettacolare, era infarcito di condizionali, di supposizioni, di potrebbe, di sarebbe. Ora, come sempre, per prima cosa vogliamo sottolineare che per quanto ci riguarda il signor Assad può tranquillamente bruciare all’inferno. Ma i due minuti dell’odio che vengono somministrati, in cui appunto vengono sparate notizie senza alcuna prova al fine di manipolare la percezione umana al punto da renderla indistinguibile da quella di un invertebrato, è infinitamente più spaventosa. Perché sono indicatori non confutabili che l’utopia negativa di Orwell è qui con noi, in essa noi viviamo. Dopo il bombardamento suicida con armi chimiche a reti unificate rimasto insoluto e senza prove, quelle urlate nelle prime ore successive al raid sono rimaste urla nel vento, è quindi il tempo di una foto satellitare in cui campeggia la scritta «probable crematorium», probabile crematorio.

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Come Assad diventa Hitler
Le prove raccolte, vecchie, «non provano in modo assoluto -  ha precisato Stuart Jones, assistente del segretario di Stato per il medio e vicino Oriente - che l'edificio inquadrato sia un crematorio, ma evidenziano una costruzione coerente con quel genere di utilizzo. L'immagine del gennaio 2015, in particolare, mostra il tetto del presunto crematorio ripulito dalla neve, scioltasi presumibilmente per il calore sviluppato da una combustione». Ovviamente, Stuart Jones ha sostenuto che dietro la nuova barbarie vi sarebbe lo zampino silente della Russia. Siamo quindi nuovamente in una fase paradossale: in cui il regime di Assad compie platealmente quanto di più abbietto al fine di vincere una guerra che ha già vinto. Chiaro, no? In un momento in cui il cessate il fuoco sul campo è solido come mai prima, cosa fa Bashar Assad? Fa Hitler e costruisce i campi di sterminio sotto gli occhi dei satelliti di tutto il mondo. Nulla di più razionale. La struttura inesistente probatoria di tali sparate mediatiche è sicuramente voluta. Sono test atti a comprendere quanto ci si può spingere nella propaganda senza alcuna prova.

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Secondo minuto dell’odio
Subito dopo aver scoperto che Assad sta bruciando i prigionieri ecco il secondo boccone gustoso: il presidente Trump è, in realtà, una spia russa. Un po' deficiente, perché si fa scoprire subito, in realtà. Si potrebbe anche ridere a crepapelle di un’affermazione simile, ma nel nostro mondo distopico si rischiano guai seri a farlo. La notizia: durante l’ultimo incontro tra il presidente statunitense e il ministro degli Esteri russo Lavrov, l’ex magnate del cemento e già wrestler, avrebbe passato all’uomo di Putin dei documenti classificati come top secret. La fonte dello scoop è il Washington Post, quotidiano democratico che in passato si è distinto per un'incessante campagna mediatica pro Clinton e anti Trump. La trasmissione delle informazioni segrete non sarebbe avvenuta durante la campagna elettorale, ma pochi giorni fa: il presidente degli Stati Uniti sarebbe quindi un emerito idiota, dedito al suicidio politico esattamente come Assad. Lui e il dittatore siriano sarebbero i burattini del grande manipolatore russo che vuole conquistare il mondo. Le notizie che Trump avrebbe regalato a Lavrov, manco si trattasse di un penna antica o un gagliardetto di una squadra di baseball, sarebbero inerenti all’Isis. La notizia, ovviamente, è parte di uno scenario ben più ampio, sul cui sfondo si vede la lotta intestina tra i rimasugli della vecchia amministrazione e l’arrembante squadra del presidente Trump.

1984
Ora, come si diceva prima: entrambi personaggi, Trump e Assad, non possono essere eletti a paladini della civiltà per mille motivi. Ma la sgangherata propaganda che viene somministrata dimostra quantomeno il livello di assuefazione del cittadino medio statunitense, e occidentale in generale. I nemici che di cui dobbiamo liberarci sono quindi tre: la Siria, l’Iran e la Russia. La Corea del Nord è un fenomeno pittoresco in questo momento. Per fare ciò servono dosi sempre più massicce di emotività per scuotere l’intorpidito consumatore mediatico, assuefatto a bombardamenti chimici sui bambini e campi di sterminio. Il processo è duraturo e parte dal lontano 11 settembre 2001, passa attraverso le armi chimiche di Saddam Hussein, poi le primavere arabe, la costituzione dell’Isis, la caduta di Gheddafi per finire dentro il cuore del problema: la Russia di Putin, ovvero l’obbiettivo ultimo di una campagna mediatica che porta dritto verso la guerra con il nemico storico degli Stati Uniti. La ragione di questo processo, come scritto più volte, non ha una base razionale. Probabilmente si dovrebbe constatare che la volontà di dominio di determinati ambienti di Washington ormai sconfina nello scompenso psichiatrico.