20 novembre 2019
Aggiornato 02:30
Marine vs Emmanuel

Dopo la sconfitta, così Marine prepara il partito della Nazione (contro quello dell'Ue targato Macron)

Nonostante la sconfitta e il mancato raggiungimento della quota psicologia del 40%, a Marine Le Pen è giunto un consenso mai avuto in precedenza dal suo partito, al quale si è aggiunta da adesso una parte di gollismo che non è più disposto a scendere a compromessi anti-nazionali

PARIGI - La vittoria di Emmanuel Macron, ma soprattutto la scaletta del suo intervento a spoglio ancora da ultimare, con l'Inno alla gioia – l'inno dell'Unione europea – che ha preceduto la Marsigliese, hanno evidenziato in termini plastici e simbolici ciò che politicamente è ormai assodato e che sul Diario abbiamo ribattezzato come scontro tra «progetto» unionista e «storia» nazionale. La frattura politica, profonda e antinomica, che emerge dalle presidenziali francesi l'ha espressa in maniera esplicita del resto proprio il neoinquilino dell'Eliseo durante tutta la campagna elettorale: «È l'Europa a fare grande la Francia». Concetto che rappresenta un manifesto di volontà, una scala gerarchica che sottomette il contenuto al contenitore, l'utopia alla realtà.

Macron apostolo degli «Uber»
Quello di Macron è un manifesto intelligibile alla società dei viaggi low cost, della merce a poco prezzo importata da chissà dove, degli intermediatori di affari, degli startupper: la cosiddetta «Uber generation» concentrata nella Capitale perché accentratrice e dirigista esattamente come lo è la burocrazia europea di Bruxelles. È altrettanto vero, però, anche vero che c'è un 40% e più di francesi che queste parole d'ordine proprio riesce a non ascoltarle e che ha legittimato, con un consenso che ha raggiunto undici milioni di elettori, la ricetta sovranista di Marine Le Pen che si pone, da adesso, come unico contraltare della «Nouvelle Vague» macroniana.

Si rafforza la frattura
Nonostante la reazione all'exploit della candidata del Front National sia stata all'insegna del canonico (ma da oggi indebolito) «fronte repubblicano» la lezione francese dimostra che la divisione fra sovranisti e mondialisti non ricalca davvero più quella tra destra e sinistra. Anche se a sinistra non pochi probabilmente, pur di non ammettere che la forza anti-establishment principale è «diabolicamente» lepenista, hanno deciso di spianare la strada a Macron, che fra tutti i candidati d'Europa è stato quello più apertamente e forse coraggiosamente europeista, non è passato inosservato come sui temi sociali e del recupero di «prossimità» le distanze tra il Fn e la «France insoumise» di Jean-Luc Mélenchon siano tutt'altro che ampie e relegate, più che altro, a rancori da «tribù» più che sull'asse tematico. Ragion per cui sarà proprio Mélenchon, da oggi, ad avere più difficoltà nel declinare la propria opposizione a un candidato che, comunque, un terzo dei suoi elettori dicono di aver votato.

Il sito online del New York Times con la notizia della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali francesi, 8 maggio 2017
Il sito online del New York Times con la notizia della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali francesi, 8 maggio 2017 (ANSA/WEB)

Accordo tra patrioti
Nonostante la sconfitta e il mancato raggiungimento della quota psicologia del 40%, a Marine Le Pen è giunto un consenso mai avuto in precedenza dal suo partito, al quale si è aggiunta da adesso una parte di gollismo che non è più disposto a scendere a compromessi anti-nazionali. L'accoppiata Le Pen Dupont-Aignan, con l'agenda sociale della prima e il curriculum puramente gollista del secondo, in attesa di stabilire che veste politica avrà, per il momento si è affermata sul piano culturale, costringendo di fatto a giocare in difesa tutto l'establishment francese che ha dovuto rieditare il tutti contro uno di 15 anni fa, con risultati però nettamente inferiori e costringendo sia Repubblicani che i socialisti a votarsi al Papa straniero Macron.

Marine da oggi...
È chiaro, però, che tutto questo non basta alla madrina dei sovranisti europei. L'obiettivo dunque – come ha ventilato lei stessa nel suo discorso di ringraziamento - sarà quello di lanciare un'Opa fra il milieu dei Repubblicani (dato che la loro classe dirigente è apertamente schierata dall'altra parte della barricata - d'altronde fanno parte del Ppe - e si candida a sostenere Macron al governo) e non solo più quello di recuperare a sinistra e tra i delusi il voto di chi vede nell'Ue e nell'austerità la demolizione di ogni diritto dei lavoratori e dello stato sociale. Dopo la dédiabolisation, insomma, è giunto il momento per Marine di costruire un catch-all party «per» la Francia: un partito della Nazione (contro quello, macroniano, dell'Ue).