Venti di guerra

Non solo Corea del Nord. Il vero fronte caldo per Trump è il Pacifico (e la Cina)

I toni tra Stati Uniti e Corea del Nord si fanno sempre più bellicosi, e da entrambe le parti si paventa l'opzione militare. Ma per comprendere meglio ciò che sta accadendo, dobbiamo allargare lo sguardo

Il presidente Usa Donald Trump.
Il presidente Usa Donald Trump. (EPA/OLIVIER DOULIERY / POOL)

PECHINO - I toni sono più bellicosi che mai, e si teme che, di qui a breve, si possano trasformare in azioni. Il presidente degli Stati Uniti, dopo aver dimostrato di che pasta è fatto con l'attacco in Siria, ha avvertito la Corea del Nord che gli Usa stanno inviando un'armada molto potente verso la penisola. Degna di nota la scelta del termine «Armada», che ricorda la «Armada Invencible» inviata dalla Spagna per arginare la crescente potenza marittima inglese. «Abbiamo sottomarini. Molto potenti. Molto più potenti della portaerei» USS Carl Vinson in avvicinamento alla penisola coreana, ha avvertito il Presidente.

Braccio di ferro pericoloso
La dichiarazione è stata rilasciata in un'intervista poco prima dell'appello cinese - in una telefonata tra Trump e il presidente Xi Jinping - a favore di una soluzione pacifica alla crisi con la Corea del Nord. E ha ricevuto immediata risposta da parte nordcoreana: «E' la prova che le sconsiderate mosse statunitensi per invadere la Repubblica democratica popolare della Corea del Nord sono arrivate a una fase seria», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri di Pyongyang. Nelle ore precedenti, la Corea del Nord si era detta pronta alla guerra, dopo la decisione statunitense di inviare nelle acque della penisola coreana una portaerei nucleare. Un'escalation improvvisa che prende le sembianze sempre più di un pericolosissimo braccio di ferro.

Non solo Corea del Nord
Per capire meglio cosa sta accadendo, però, è necessario allargare lo sguardo. Perché il problema non è la «sola» Corea del Nord: è tutta l'area del Pacifico ad essere un'autentica polveriera. In tale scenario, si staglia il grande e più temibile «nemico» degli Stati Uniti: la Cina, solida alleata di Pyongyang dai tempi della crisi coreana. Quella stessa Cina che Trump ha lungamente minacciato con lo spettro di nuovi dazi, e per cui l'allora segretario di Stato di Obama Hillary Clinton coniò la dottrina geopolitica del «pivot to Asia».

Mar Cinese Meridionale
Uno dei fronti aperti più caldi tra Stati Uniti e Cina è il Mar Cinese Meridionale, zona in cui transita circa un terzo del commercio internazionale. Le isole lì situate sono contese tra Pechino (cui naturalmente gli Usa si oppongono) e altri cinque Paesi della regione. E i 54 milioni di dollari che Trump intende stanziare in più nel budget della Difesa serviranno, non a caso, in gran parte a potenziare la marina statunitense. Soprattutto perché la Cina è impegnata a trasformare gli isolotti disabitati in basi militari, cosa che non può lasciare indifferente gli Stati Uniti, ma anche altre potenze dell'area: in primis, il Giappone.

Un'area con tre potenze nucleari
A ciò si aggiunga che nell'area del Pacifico le potenze nucleari sono tre: Corea del Nord, ma anch India e Pakistan. Le tensioni tra questi ultimi due attori sono salite alle stelle nei mesi scorsi, al punto da sfiorare un nuovo conflitto aperto. In generale, l'Asia è molto lontana dall'aver raggiunto un equilibrio stabile tra le potenze. L'aggressività della Cina fa paura a molti: non solo ai suoi vicini, ma anche a Washington, perché un'estensione dell'influenza di Pechino su tutta l'area farebbe perdere definitivamente agli americani lo status di superpotenza mondiale.

Il sottotesto delle minacce di Trump alla Cina
Potrebbero leggersi in questa chiave le minacce indirizzate da Trump alla Cina sin dalla campagna elettorale. Minacce che di per sé riguardavano il campo economico-commerciale, ma che potrebbero aver nascosto un sottotesto: gli Stati Uniti relativamente ritirati di Obama non ci sono più; gli Usa a guida Trump saranno di nuovo grandi (come recitava il suo noto slogan elettorale) e non avranno paura di osare. In questa luce, e a maggior ragione dopo l'attacco in Siria, si tinge di una nuova sfumatura anche il tanto citato isolazionismo di Trump: isolazionismo non nel senso che Washington sarebbe stata restia a fare la voce grossa e a scontrarsi con altre potenze, ma che lo avrebbe fatto unicamente per i propri interessi.

Il soft power cinese
La sfida asiatica sarà dunque, per Trump, il fronte più caldo. E sarà una sfida non strettamente geopolitica e neppure meramente economica. Pechino sta agendo su più fronti per irradiare il proprio soft power sul globo: si pensi alla Nuova Via della Seta, che permetterà ai cinesi di esercitare influenza attraverso investimenti infrastrutturali e aiuti esteri per collegare il Dragone e il Vecchio Continente. Si pensi alla decisione della Banca asiatica di investimento – concorrente cinese della Banca mondiale – di investire sempre di più in ogni parte del globo. E in alcune di queste parti, come in America latina e in Africa, gli investimenti cinesi hanno già superato quelli statunitensi.

Dopo il vertice Trump-Xi
Secondo il Financial Times, dopo il vertice con Trump, Xi Jinping avrebbe messo sul tavolo le sue proposte per evitare lo scontro commerciale con gli Usa: un maggior accesso agli investimenti americani al mercato finanziario cinese, e la fine del divieto di importazione di carne Usa. Ma il negoziato è tutt'altro che concluso. E non solo perché il tycoon vorrebbe ottenere una forte riduzione del dazio del 25% applicato dai cinesi alle auto importate dagli Usa. Soprattutto, perché anche Pechino chiede qualcosa in cambio: in primis, una maggiore protezione ai suoi investimenti in America, che lo scorso anno hanno superato i 45 miliardi di dollari; non meno importante, che Washington allenti i freni all'export su alcuni prodotti hi-tech. 

Una strategia politica ed economica
La strategia di Pechino riguarda dunque politica ed economia insieme, e si mostra lungimirante. Permetterà infatti al Dragone di ritagliarsi un proprio bacino di influenza un po' ovunque, nonché di avere accesso preferenziale alle materie prime per le proprie aziende. Contemporaneamente, la Cina sta cercando di conquistarsi una posizione, nel mondo, conforme al proprio livello di sviluppo. E, su entrambi i fronti, Trump non pare disposto a stare a guardare.