20 settembre 2019
Aggiornato 14:00
Dichiarazioni ostili e generoso contributo alle operazioni Nato

La Brexit non salva Londra dalla sua russofobia

Contrariamente a quanto ipotizzato da alcuni, la Brexit non ha portato a un miglioramento delle relazioni tra Mosca e Londra, né a un indebolimento di quest'ultima nell'Alleanza atlantica

Il primo ministro britannico Theresa May.
Il primo ministro britannico Theresa May. Shutterstock

LONDRA - Qualche mese fa ci eravamo chiesti se il cambio di guardia a Downing Street, seguito alle dimissioni di David Cameron post-Brexit, avrebbe portato a un riavvicinamento tra Londra e Mosca, e se la nuova premier Theresa May potesse aprire una «breccia» nel fronte europeo anti-Putin. In effetti, qualche piccolo segnale deponeva a favore di quella tesi: non tanto il bye-bye di Londra a Bruxelles, visto che tale divorzio, secondo molti analisti, avrebbe potuto trovare, come contraltare, un rafforzamento del suo ruolo nella Nato; piuttosto, la telefonata intercorsa lo scorso agosto tra il leader del Cremlino e la May, a poche settimane dall'insediamento di quest'ultima. 

Quella telefonata distensiva
Una telefonata che, secondo le dichiarazioni ufficiali veicolate dai media, sanciva l’impegno di entrambi i leader a migliorare le relazioni tra i due Paesi, degenerate nettamente sotto gli esecutivi di Gordon Brown e David Cameron. Soprattutto con la crisi ucraina e, ancora prima, con l'indagine inglese che accusò agenti russi di aver avvelenato l'ex spia Alexander Litvinenko. Così, quella telefonata estiva pareva sancire una rinnovata disponibilità a cooperare, tant’è che quotidiani decisamente non russofili come il Guardian avevano fatto le pulci alla May per il suo apparente riavvicinamento all’odiato Putin.

Gli attacchi di Boris Johnson
Eppure, nelle ultime settimane, l’apparente distensione ha lasciato il posto alla realtà dei fatti: e la realtà dei fatti è che i rapporti tra Londra e Mosca sono ancora decisamente tesi. Complice, naturalmente, lo scottante dossier siriano, su cui l'Occidente e Mosca si fronteggiano su posizioni inconciliabili. Lo dimostrano le dichiarazioni di Boris Johnson, ministro degli Esteri dell’esecutivo May, che ha fermamente condannato il ruolo di Mosca in Siria, anche alzando decisamente i toni. Prima ha tuonato: «La più potente arma che l’occidente può usare contro la Russia è la vergogna»; poi, deponendo le armi della diplomazia, ha addirittura invitato gli inglesi a protestare davanti all’ambasciata russa a Londra, provocando la reazione indignata di Mosca che ha ricordato la responsabilità della Gran Bretagna di garantire la sicurezza delle sedi straniere sul territorio inglese. Addirittura, è spuntato un articolo segreto dove l’ex sindaco di Londra, famoso per il suo endorsement per il Leave, sottolineava i rischi della Brexit, tra cui: «Putin: non vogliamo fare niente per incoraggiare altre fanfaronate dal leader russo». E, di recente, Johnson è sfilato nel fronte degli irriducibili che, a fianco di John Kerry, ipotizzava di imporre nuove sanzioni alla Russia.

May tra i falchi europei anti-Putin
Neppure si può dire che Theresa May, nonostante i primi segnali distensivi,abbia avuto parole di comprensione per il leader russo. Tutt’altro: all’ultimo Consiglio Ue, era tra i falchi che chiedeva severi provvedimenti contro Mosca, e dichiarava: «E' vitale che lavoriamo insieme per continuare a mettere pressione sulla Russia affinché fermi le scioccanti atrocità, le sue disgustose atrocità in Siria». Più chiara di così.

Il contributo britannico alla Nato
Ma per rendere la situazione ancora più chiara si può citare il cospicuo contributo britannico alla più grande escalation anti-russa targata Nato dalla Guerra fredda ad oggi. Londra invierà infatti centinaia di soldati, aerei da guerra e veicoli corazzati all’Europa dell’Est. Una strategia ad altissima tensione, che suona come una risposta ad alcune manovre militare azzardate di cui, dalle terre di Sua Maestà, hanno di recente accusato Mosca. Una nave russa, che si ritiene fosse destinata a prendere parte ai combattimenti in Siria, avrebbe infatti minacciosamente costeggiato le Isole britanniche.

Soldati, aerei, veicoli corazzati
Così, una portaerei RAF verrà inviata alla Romania per quattro mesi, e un personale di 800 militari verrà inviati con il supporto corazzato in Estonia, 150 persone in più del previsto. David Cameron aveva infatti annunciato, in occasione del vertice di Varsavia dello scorso luglio, che la Gran Bretagna avrebbe inviato 650 soldati in Estonia. Mercoledì, oltre ad annunciare l’aumento di 150 unità, il ministero della Difesa britannico, ha approfondito i dettagli del contributo di Londra ai battaglioni Nato, che comprende anche i Typhoon, un distaccamento di droni e carri armati Challanger. Il tutto, naturalmente sostenuto da un budget della Difesa in aumento.

Sfoggio di muscoli
Ci si chiede se un tale sfoggio di muscoli sia un messaggio poco criptato sul ruolo ancora di primo piano giocato da Londra nella Nato dopo la Brexit, come indirettamente e candidamente sottolineato dal ministro della Difesa Michael Fallon. Di certo, è un chiaro segnale rivolto a Mosca, che veniva di frequente accusata di sostenere la Brexit nel tentativo di aprirsi una breccia in Europa. Un segnale di aperta ostilità, più che di disponibilità al dialogo come qualcuno si aspettava.