24 ottobre 2019
Aggiornato 07:00
Non fa parte dell'Ue, ma è sempre più insofferente

Il Ticino dice stop ai lavoratori italiani. Dal referendum una Svizzera sempre più euroscettica

La Svizzera non fa parte dell'Ue, a cui è legata "solo" da accordi bilaterali. Ma ultimamente non perde occasione di dimostrare quanto questo 'vicinato' gli stia sempre più stretto

BERNA - Gli svizzeri si sono pronunciati: stop al «furto» di posti di lavoro da parte dei frontalieri. Perché a preoccupare il Paese alpino non sono tanto gli immigrati extracomunitari, ma soprattutto i vicini, anzi i «vicinissimi» di casa: innanzitutto gli italiani. Tutti quegli italiani che, per lavorare ogni giorno, varcano il confine nazionale ed entrano nella efficientissima Svizzera. Il Canton Ticino ha infatti approvato con più del 58% dei voti il referendum per una legge che dia preferenza ai residenti in materia di posti di lavoro. 

Prima gli svizzeri
Lo stesso titolo dell'iniziativa, «Prima i nostri», per certi versi ricorda le tante battaglie anti-immigrazione combattute anche in casa nostra: solo che, questa volta, i primi ad essere colpiti saranno proprio gli italiani. L'iniziativa era stata presentata dalla formazione populista Udc, il cui presidente, Piero Marchesi, ha affermato che «ora è chiaro che gli interessi del Ticino devono prevalere su quelli dell'Unione Europea».  Prima di essere resa effettiva, la modifica costituzionale approvata in Ticino dovrà essere avallata dall'Assemblea federale di Berna, a cui spetta il compito di valutare la sua conformità al diritto nazionale.

Il referendum di due anni fa
Ma non è affatto la prima volta che gli svizzeri si esprimono contro il «pilastro» degli accordi che li legano all'Europa, la libera circolazione delle persone: lo hanno fatto anche il 9 febbraio 2014, con un referendum in cui il 50,5% dei votanti si espresse per applicare un tetto ai migranti provenienti dall'Unione europea. Quell'iniziativa fu in realtà un'estensione di quella introdotta due anni prima, quando la Svizzera decise di limitare l'immigrazione proveniente da otto Paesi dell'Europa orientale stabilendo delle quote. Quel referendum era vincolante: implicava,cioè, una rinegoziazione dei trattati con Bruxelles. Tuttavia, l'impresa si è mostrata talmente ardua che la volontà popolare è rimasta fino ad oggi inattuata.

L'Europa ha altre priorità
Quest'ultimo referendum si inserisce dunque nel solco tracciato da più di due anni a questa parte, ed è un ulteriore e più forte segnale dell'insofferenza degli svizzeri per i frontalieri. Ma la sua applicazione  (come ha avvertito lo stesso governo elvetico) sarà tutt'altro che agevole, a causa dei numerosi ostacoli legali sia alle leggi federali che regolano il mercato del lavoro, sia a quelle europee sulla libera circolazione delle persone e dei beni. Anche perché, al momento, l'Europa ha ben altre priorità: in primo luogo la Brexit, ma anche migranti, divisioni interne, e quella «crisi esistenziale» di cui ha parlato in questi giorni il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker: difficile, insomma, che dia precedenza al dossier svizzero.

Un'altra faccia (paradossale) della crisi europea
E pazienza se questo referendum è, a suo modo, un altro segnale di questa crisi, un segnale che, per di più, giunge da un Paese che si mostra «stufo» dell'Unione europea senza nemmeno farne parte: é verosimile che Bruxelles non si mostrerà solerte nei confronti di Berna. Come del resto ha già fatto capire il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha avvertito via Twitter la Svizzera che  «Il voto non ha per ora effetti pratici. Ma senza libera circolazione delle persone i rapporti tra Svizzera e Ue sono a rischio».

Contraria all'integrazione europea
Ma ciò che di questo voto Bruxelles dovrebbe tener conto è il suo significato ultimo, a cui abbiamo appena accennato: quella stessa insofferenza per le costrizioni su cui si regge l'intera impalcatura europea si manifesta prepotentemente non solo all'interno dell'Unione - come è più comprensibile -, ma addirittura al di là dei suoi confini. La Svizzera non è mai entrata a far parte dell'Ue: e se negoziati in questo senso furono in passato ipotizzati, con il tempo la direzione presa è stata quella ostinatamente contraria.

Un nuovo monito per Bruxelles
Con l'Ue, anzi, i rapporti sono sempre stati particolarmente difficili: in primis per la questione immigrazione, con Bruxelles che ha sempre opposto un netto rifiuto all’apertura di ogni trattativa sulla libera circolazione delle persone; ma anche la rinuncia al segreto bancario ha condizionato in negativo le relazioni. Da qui, la crescita di sentimenti euroscettici nella non-europea Svizzera: sentimenti che hanno condotto la destra estrema, l'Udc, alla vittoria elettorale del 2015. Un risultato in buona parte ottenuto sull’onda del timore di nuove ondate migratorie, e non soltanto extraeuropee. Ma il punto è proprio questo: se addirittura un Paese che è legato all'Ue «soltanto» da accordi bilaterali - che regolano materie che vanno dal commercio all'immigrazione - «scalpita» per liberarsi dalla «gabbia» europea, si comprenderà ancora di più quanto è profonda e intricata la crisi che attanaglia l'Europa.