10 dicembre 2019
Aggiornato 00:00

Siria, medici di Aleppo chiedono a Obama una no-fly zone. Si realizza il «piano» di Hillary?

Dopo che Hillary Clinton ha manifestato l'intenzione di intervenire in Siria in funzione anti-Assad e Obama l'ha (implicitamente) avallata, giunge l'appello dei medici di Aleppo al Presidente

BEIRUT - E' passato solo qualche giorno da quando Barack Obama ha annunciato un nuovo shift nella politica di Washington in Siria: dopo essersi almeno apparentemente instradato sulla via indicata da Vladimir Putin, e aver mostrato una maggiore tolleranza a Bashar al Assad, il Presidente è tornato a biasimare l'appoggio russo al leader siriano, avvisando che, qualora Mosca proseguirà su quella strada, potrà essere indicata come un «attore irresponsabile» sulla scena mondiale. Uno shift giunto dopo che il consigliere sulla politica estera di Hillary Clinton, Jeremy Bash, ha indicato nella «sanguinaria natura» del regime di Assad il principale obiettivo della strategia della sua candidata alla Casa Bianca, nel caso di una elezione a Presidente degli Stati Uniti. 

L'appello dei medici di Aleppo
Una politica decisamente più interventista, insomma, sarebbe quella di Hillary Clinton, e le parole di Obama fanno pensare che l'attuale Comandante in capo delle Forze armate americane stia cercando di spianarle la strada. E a pochi giorni da quel «cambio di strategia», giunge quasi provvidenziale l'appello degli ultimi medici che operano nella zona Est di Aleppo, sotto il controllo dei ribelli, che hanno chiesto a Obama di intervenire «ora per fermare le bombe che continuano a cadere sulla città e per garantire che non ci sia un nuovo assedio».

No-fly zone
La richiesta è chiara: gli Stati Uniti dovrebbero stabilire una no-fly zone (proprio quello che vorrebbe fare Hillary Clinton), dando di fatto inizio a un corposo intervento militare. «Se non verrà garantito un corridoio di salvezza per Aleppo sarà solo questione di tempo prima che le truppe del regime ci circondino di nuovo, che si arrivi alla fame e che le forniture degli ospedali si esauriscano», si legge nella lettera firmata da 29 dottori, la maggior parte dei quali lavorano negli ospedali in cui ormai scarseggiano i medicinali. «Non abbiamo bisogno di lacrime, di simpatia, e neppure di preghiere, abbiamo bisogno del vostro intervento. Dimostrate che siete amico dei siriani», hanno scritto.

La tregua russa
Di certo, l'area di Aleppo è in preda a una gravissima crisi umanitaria. Sono circa 250.000 i civili che vivono nelle zone orientali della città, mentre altri 1,2 milioni sono quelli che si trovano nelle aree controllate dal governo. Due giorni fa l'Onu ha lanciato un appello per una tregua che garantisca la consegna di aiuti umanitari; tregua che è stata annunciata proprio ieri dalla Russia, per tre ore ogni giorno, misura ritenuta però insufficiente dalle Nazioni Unite.

Emergenza umanitaria
«Quello che fa più male, come medici, è dover scegliere tra chi vivrà e chi morirà - hanno proseguito i firmatari - alcune volte i bambini ci vengono portati in condizioni così gravi che noi dobbiamo dare la priorità a quanti hanno maggiori probabilità, oppure semplicemente non abbiamo le apparecchiature necessarie per aiutarli». I dottori hanno infine ricordato il loro giuramento di aiutare quanti ne hanno bisogno, chiedendo al presidente Obama di fare anche lui «il proprio dovere»

Obama o Hillary?
Si dovrà attendere ancora del tempo per capire se questo appello sarà raccolto già da Obama, o se verrà eventualmente demandato alla prossima amministrazione, specialmente qualora dovesse essere la Clinton a insediarsi alla Casa Bianca. Del resto, già nel 2012 l'ex segretario di Stato era favorevole ad un sostegno più consistente ai ribelli e più volte si è espressa a favore della creazione di una no-fly zone, in funzione anti-regime. Obama - che pure ha notevolmente foraggiato di armi le opposizioni di Assad - non ha però mai voluto fornire ai ribelli missili terra-aria manpad,per paura che finissero in mani sbagliate (ipotesi niente affatto peregrina). Una Clinton presidente degli Stati Uniti potrebbe invece verosimilmente acconsentire a operazioni di questo genere. Ma qualora tale scenario dovesse realizzarsi, le conseguenze a livello internazionale potrebbero essere esplosive: innanzitutto, perché l'imposizione di una no-fly zone e un deciso sostegno ai ribelli potrebbero preludere a uno scontro diretto nel teatro siriano con la Russia (alleata di Assad), con la quale invece, negli ultimi tempi, si stavano apprezzando progressivi seppur ancora modesti segnali di cooperazione.

Il riavvicinamento Turchia-Russia
Intanto, il riavvicinamento tra Mosca e Ankara potrebbe cominciare a dare i suoi frutti anche in Siria. La Turchia, attraverso il suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusogluc, ha infatti chiesto alla Russia di condurre operazioni congiunte contro l'Isis. Cavusoglu ha dichiarato, in una intervista al canale NTV: «Discuteremo i dettagli, abbiamo sempre chiesto alla Russia di condurre assieme operazioni anti-Isis», e ha precisato che «la proposta è ancora sul tavolo»«Dobbiamo combattere l'Isis assieme. Ci uniamo alle operazioni, utilizzando attivamente la nostra aviazione», ha aggiunto.

Ankara ammette Assad ai negoziati
Un riavvicinamento reso, però, più difficile dalle evidenti divergenze che separano i due Paesi nel teatro bellico: la Russia a sostegno di Assad, Erdogan tradizionalmente contro il leader siriano. Eppure, dopo l'incontro di San Pietroburgo, Putin ha lasciato intendere che si sarebbe lavorato per trovare posizioni di compromesso. E non a caso, proprio oggi, Ankara ha fatto sapere tramite il suo ambasciatore a Mosca che «l'attuale leadership siriana può partecipare ai negoziati di pace», in una storica apertura che appare la svolta chiesta dalla Russia. La situazione, dunque, è delicatissima: da un lato, gli Stati Uniti che sembrano avviarsi su una strada di intransigenza nei confronti di Assad, e dunque di maggior sostegno verso quei ribelli che Mosca considera né più né meno «terroristi». Dall'altro lato la Russia, che prosegue le sue operazioni a fianco del regime anche in funzione anti-Isis. In mezzo, Ankara, membro della Nato e alleata degli Usa, tradizionalmente collocata sul fronte opposto a quello di Bashar al-Assad, ma sempre più determinata ad allinearsi alla posizione di Mosca. Uno scenario estremamente intricato, dove gli interessi in gioco - spesso contrapposti - rischiano di aggravare il bilancio umanitario di una guerra che sparge sangue da più di cinque anni.