16 novembre 2019
Aggiornato 02:30
L'Europa e l'Occidente nel caos e nella paura

Da Nizza alla Baviera, la vittoria del terrore (e lo scacco dell'Occidente)

A pochi giorni da Nizza e dall'attacco al treno bavarese, a qualche mese da Parigi, Bruxelles, Orlando. Il dramma di un'Europa, e di un'Occidente, prigionieri di una minaccia sottovalutata troppo a lungo.

MONACO - Sono trascorsi solo 8 giorni dalla terribile strage di Nizza, quella in cui, in occasione delle celebrazioni francesi del 14 luglio, un tunisino alla guida di un camion ha macchiato indelebilmente di sangue la bellissima promenade ricolma di turisti. Solo qualche giorno prima, sempre in Baviera, un pachistano fattosi passare per afghano per ottenere diritto d'asilo in Germania ha aggredito i passeggeri di un treno a colpi di accetta, azione preannunciata da un video e ispirata alla folle campagna di odio e morte lanciata dal Califfo dell'Isis Abu Bakr al-Baghdadi. Ieri, altre ore di terrore: un tedesco di origini iraniane spara all’impazzata in un centro commerciale, per poi togliersi la vita. Così, quella stessa Baviera che è stata l'epicentro della politica di Angela Merkel sui rifugiati, da dove le immagini di treni colmi di profughi hanno fatto il giro del mondo, ora si sente sotto attacco. Un caos che i politici bavaresi della Csu - primi alleati della Merkel al governo - avevano per la verità preannunciato lo scorso anno, opponendosi strenuamente all'agenda dell'accoglienza dettata dalla Cancelliera.

Una minaccia proteiforme
Ma non è solo la promenade francese, né è un caso isolato la ricca Baviera. Nell'ultimo anno, a partire dall'attentato di Charlie Hebdo, l'Occidente ha conosciuto la sensazione di una minaccia proteiforme e non del tutto afferrabile al tempo stesso. In pochi mesi, tante, troppe vittime. Omar Mateen che colpisce un club gay di Orlando, in Florida, agendo in nome dell'Isis; quindi, i kamikaze che si fanno esplodere all'aeroporto di Istanbul, attacco organizzato dalla componente ceceno-georgiana dello Stato islamico. E poi Nizza, la Baviera. In mezzo, l’enorme caos in cui versa la vicinissima Turchia, che è stata a lungo un alleato silente, in seno alla Nato, degli stessi terroristi. Sullo sfondo, una forma diversa di terrore, che pur sempre terrore è, contro le forze dell’ordine americane: Dallas e Baton Rouge. La sensazione è quella che nessuno, ovunque, possa più dirsi al sicuro.

Siria, ovvero il fallimento dei campioni di democrazia occidentali
Da questo punto di vista, lo Stato islamico, indipendentemente dal fatto che sia davvero sua la regia di tutte queste stragi, ha già vinto. Uno Stato islamico lasciato impunemente proliferare dai campioni delle democrazie occidentali, che, dopo aver assistito alla sua nascita dalle ceneri delle fallite «guerre al terrorismo», hanno preferito «bombardare il deserto» con una mano e con l'altra supportare gruppi cosiddetti «moderati», in realtà spesso in odore di jihadismo, per cercare di rovesciare regimi scomodi. Il riferimento è ovviamente alla Siria, dove proprio in queste ore, a Manbij, decine di migliaia di bambini sono le prime vittime della violenza della guerra. E dove, a rivendicare la decapitazione di uno di loro - Abdallah Issa, 12 anni non ancora compiuti -, è stato Nur Eddin Zanki, un movimento anti-governativo che è parte dell’Esercito siriano libero (Fsa) sostenuto da Turchia, Usa, Qatar e Arabia saudita. Ovviamente, nel totale silenzio dei media.

Guerra di emulazione
Così, anche se in Iraq e in Siria comincia ad apparire in difficoltà, l’Isis ha raggiunto il suo obiettivo principale: quello di gettare l’Occidente nel caos, di diffondere panico e psicosi, e di farci sentire assediati nelle nostre stesse case. Così, la domanda che ci facciamo ogni volta - «E' terrorismo?» - è in fondo superflua. Perché, solo il fatto che il nostro primo pensiero corra ai jihadisti ci dice che questi ultimi hanno raggiunto il loro obiettivo. Lupi solitari o no, attraverso la sua corsa alla rivendicazione Daesh fa semplicemente il suo «dovere», e soprattutto i suoi interessi. Il fatto che si tratti spesso di «emulazione» non rende meno grave quanto stiamo vivendo. Perché il semplice fatto che lo Stato islamico riesca a ispirare tante menti, giovani, apparentemente occidentalizzate, è già una vittoria per lui e una palese sconfitta per l’Occidente, troppo a lungo rimasto in altre faccende affaccendato.

Questione di priorità
La verità è che questa «guerra di emulazione» è stata sottovalutata per troppo tempo. Forse perché quell’elemento di caos che l’Isis aggiungeva in Medio Oriente era, in fondo, funzionale alla nuova «strategia» di Washington; o forse perché gli Usa erano troppo impegnati ad evocare lo spettro della minaccia russa, uno spettro ben più concreto dello sfuggente Stato islamico per imprimere il dovuto impulso all’industria bellica. Ma il risultato non cambia: ci siamo svegliati una mattina, e non ci siamo sentiti più al sicuro. E abbiamo cominciato a scontare, da vittime innocenti,i risultati del cinismo esibito dall’Occidente – che rimane saldamente alleato di Paesi come Arabia Saudita e Turchia – nelle devastate terre mediorientali. Terre che, naturalmente, continua ad irrorare di armi.

Il fallimento delle intelligence
Al quadro, si aggiunga l’elemento forse più spaventoso di tutti: l’incapacità delle intelligence continentali a far fronte alla minaccia. Una drammatica inefficienza esibita già a Bruxelles, e poi confermata a Nizza, dove il massacro veniva orchestrato da tempo. Persino il 17enne che lunedì ha fatto strage sul treno bavarese è riuscito a veicolare il suo video alle centrali del Califfato prima di mettere in atto il suo piano. E proprio ieri, mentre il killer di Monaco si aggirava sul tetto del centro commerciale, gli elicotteri erano bloccati in «esercitazioni di routine». Altra fotografia impietosa di quanto l’Europa e l’Occidente siano sotto scacco.