17 febbraio 2020
Aggiornato 20:00
L'offerta di Mosca sarebbe un'astuta mossa diplomatica

Siria, perché Obama non vuole Putin nella lotta contro l'Isis

Sembrava una bella notizia l'offerta di Mosca di cooperare con Usa e curdi per liberare Raqqa. Bella notizia per tutti, tranne, forse, per Washington. Ecco perché

RAQQA - La battaglia contro l'Isis in Siria e in Iraq sembra essere giunta a un punto di svolta. Dopo la liberazione di Palmira, millenaria città Unesco recuperata grazie all'intervento russo, le operazioni in corso a Fallujah, prima città irachena a essere finita nelle mani dei jihadisti, e Raqqa, capitale siriana del Califfato, sono considerate tappe chiave per la sconfitta definitiva dello Stato islamico. E mentre a Fallujah sono le forze irachene ad essere in prima linea, nella roccaforte siriana sono i curdi, supportati dalle forze speciali americane, ad affrontare i jihadisti. Ma per la prima volta, proprio in quest'ultimo teatro bellico potrebbe avere luogo un'inedita cooperazione tra Washington e Mosca, secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Ottima notizia, dunque? Non per gli Stati Uniti.

La priorità degli Stati Uniti
Nonostante il supporto fattivo di Mosca potrebbe accelerare la liberazione di Raqqa, gli Usa non sarebbero affatto entusiasti della disponibilità dimostrata dalla Russia. Ad esserne convinti, gli analisti esperti geopolitica Michael Huges e Patrick Henningsen. Secondo cui sarebbe logico che Washington accettasse di buon grado l’offerta di Lavrov, se solo abbattere lo Stato islamico fosse davvero la sua priorità. Ed è proprio questo il punto.

Cosa vogliono i curdi... e cosa gli States
Rimuovere l’Isis da Raqqa e dalla Siria è certamente una priorità dei curdi, che non a caso sono i principali nemici sul campo del Califfato nero. I curdi combattono anche perché vorrebbero stabilire una propria repubblica, legittimamente riconosciuta, in Siria, obiettivo che ha tra i principali ostacoli non solo la presenza dell’Isis, ma anche la ferma opposizione del «sultano» turco Tayyp Recep Erdogan. Ad ogni modo, i curdi sono particolarmente preoccupati non solo da Daesh, ma anche dalle nuove mire di Al Qaeda, che starebbe cercando di costruire un emirato nel Nord del Paese. Diverso, invece, il caso degli Stati Uniti, che, almeno fino all’intervento russo, erano palesemente più impegnati a equipaggiare i rivali di Assad – più o meno moderati – che a contrastare l’avanzata di Daesh. E se ora Washington volesse davvero, prima di ogni altra cosa, infliggere un colpo mortale ai jihadisti, non si spiegherebbe la riluttanza mostrata a coordinarsi con la Russia su Raqqa.

Una riluttanza... inspiegabile
Una riluttanza resa palese – sostengono Hughes ed Henningsen – dalle dichiarazioni del portavoce del Dipartimento di Stato americano Mark Toner, secondo cui Washington starebbe considerando la proposta di Lavrov di coordinarsi con la Russia sull'Isis «in generale», ma non, concretamente e nell'hic et nunc, a Raqqa. Gli Stati Uniti, oltretutto, sono più che altro impegnati ad addestrare e supportare le milizie ribelli, ma stanno totalmente ignorando l’esercito governativo siriano. Una scelta che non si spiegherebbe se liberare il Paese dall’Isis fosse la loro indiscussa priorità.

L'astuta mossa diplomatica di Mosca
Così, l’offerta di Mosca di collaborare per la liberazione di Raqqa ha di fatto un duplice obiettivo: non solo quello di dare un contributo decisivo alla lotta all’Isis, ma anche quello di palesare, con una mossa diplomatica particolarmente astuta, la reale posizione di Washington sulla questione. E la reale posizione di Washington – secondo Henningson – sarebbe quella di creare una situazione che porterà, alla fine, a una spartizione della Siria. Mettendo Assad fuori dai giochi. Ma qualora gli States si trovassero a rifiutare palesemente l’offerta di Mosca, le carte sarebbero definitivamente scoperte.

Soldati Usa in prima linea in Siria?
D’altra parte, la stessa presenza americana in Siria ha sollevato di recente più di un dubbio. Il Pentagono ha sempre negato che le forze speciali in loco equivalessero a «boots on the ground», cioè soldati impegnati nella battaglia, ma è di recente emerso un video che mostra soldati americani, che peraltro indossavano stemmi delle milizie curde, vicino a un veicolo corazzato e alle prime linee: immagini che farebbero pensare – nonostante le dichiarazioni ufficiali – a un coinvolgimento maggiore rispetto a un semplice ruolo di addestramento e consulenza. Secondo Daniel McAdams del Ron Paul Institute, Washington mentirebbe addirittura sul numero di uomini (ufficialmente 300) che operano in Siria. Il cui impegno – peraltro – non è legittimo in quanto non autorizzato dal governo locale. Così, in tale prospettiva, è del tutto improbabile che gli Stati Uniti lasceranno Raqqa dopo la sconfitta di Daesh, visto che il loro reale obiettivo sarebbe quello di rimuovere Assad.

Ombre
Non tutti gli analisti sono d’accordo con questa analisi: c’è anche chi sostiene che Washington si stia gradualmente disinteressando del futuro della Siria, e l’intervento russo in un contesto tanto a-strategico e a supporto di Assad sia in fin dei conti perfettamente funzionale ai reali interessi degli Stati Uniti. Eppure, la freddezza dimostrata dagli Usa di fronte all’offerta russa di cooperazione su Raqqa, se confermata, sarebbe decisamente sospetta. Al punto da gettare qualche ombra sulle reale finalità del (pur modesto) impegno americano nel travagliato Paese mediorientale.