15 ottobre 2019
Aggiornato 15:00
Nonostante i commenti enfatici di media e politica

Perché l'Ue non deve sottovalutare i populisti

Chi esulta perché Norbert Hofer ha «perso» dimostra di non avere chiaro il quadro d'insieme. Perché un pugno di voti non farà scomparire metà del Paese, né gli enormi problemi dell'Ue

VIENNA – Al di là del risultato elettorale in sé, ciò su cui è interessante soffermarsi delle tanto dibattute e seguitissime presidenziali austriache sono state le enfatiche reazioni dei media alla «vittoria» del candidato dei verdi Alexander Van der Bellen. La stampa europea mainstream, più tradizionalmente legata all'establishment, si è diffusa in titoli festosi per la rimonta al cardiopalma dell'ex professore universitario austriaco prestato alla politica, rimonta che ha strappato per un soffio lo scranno di Presidente al leader di estrema destra Norbert Hofer.

L'enfatico (e miope) entusiasmo di media e politica
Ma anche senza andare a scomodare i colleghi europei, basti guardare cosa sta accadendo in casa nostra: media e politica (con qualche rara eccezione) si rallegrano in coro del colpo di scena che ha arginato, se non addirittura – secondo qualcuno –  «sconfitto» il pericoloso populista nero austriaco. C’è stato chi, addirittura, ha esultato parlando di «Austria felix», mentre il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha definito il risultato finale un «respiro di sollievo per l’Europa». Tutti commenti a cui non ci arroghiamo il diritto di negare legittimità. Ma che dimostrano, forse, una sostanziale incapacità di afferrare il quadro d’insieme.

Austria felix?
Non si può definire «felix» un Paese spaccato a metà, con un’enorme fetta di opinione pubblica pervasa da disillusione e stanchezza, scontenta di come i partiti tradizionali, per anni, si sono spartiti tutto lo spartibile: incarichi, partecipazioni, appalti, banche, tv pubblica. Un’opinione pubblica delusa dal progetto europeo che ha mostrato tutta la sua inconsistenza, resa palese nella recente rocambolesca gestione della crisi dei profughi. Un’opinione pubblica, insomma, che ha votato Hofer sull’onda della disperazione e della paura. Nessuno pensi che quello scarso punto percentuale che ha favorito Van der Bellen possa far miracolosamente scomparire tutto questo. Anche perché alla fine il candidato dei verdi, che pure ha sempre tenuto a smarcarsi dai partiti tradizionali, è stato – anche se non ufficialmente – considerato dall’establishment l’unica opzione «presentabile» per il Paese. E così, ha vinto raccogliendo il voto anche di chi ha semplicemente voluto impedire ad Hofer di vincere.

Chi ha vinto e chi ha perso?
Non si può quindi parlare, come qualcuno un po’ superficialmente ha fatto, di «vittorie» e di «sconfitte». Quella di Van der Bellen non può essere considerata la vittoria dei «valori democratici dell’Europa», e la «non vittoria» di Hofer non può essere derubricata a un segnale della «sconfitta del montante populismo europeo». Se non, perlomeno, al prezzo di chiudere gli occhi di fronte a quanto sta davvero accadendo nel Vecchio Continente, per non dire in tutto l’Occidente.

Vincitore morale
Hofer, quindi, non solo non ha «perso», ma è stato forse il «vincitore morale» di queste elezioni. Qualcuno aggiungerà «purtroppo», qualcun altro «per fortuna»: ma nessun giudizio personale può modificare la cruda realtà delle cose. Mai prima d’ora, un candidato di un partito d’opposizione, per di più «outsider» a tal punto, è riuscito a farsi collettore di tanti voti. E ora, con l’avvicinarsi delle elezioni politiche, la prospettiva di vedere un cancelliere appartenente al Partito della Libertà austriaco non è più così lontana.

Europa salva per meno di un punto percentuale?
In questo panorama, sarebbe quantomeno miope sostenere che il risultato elettorale austriaco segni una sconfitta del populismo anti-europeo e una vittoria per l’Europa come la conosciamo. Innanzitutto, perché l’Europa non è «salva» perché un partito di estrema destra non vince per meno di un punto percentuale: potrebbe esserlo, solo a condizione di un totale ripensamento di sè, della propria identità e dei propri obiettivi. Un ripensamento che, ad oggi, sembra un miraggio. La crisi dell’Europa e dell’establishment nazionale e comunitario non è «colpa» delle «destre» o dei «populisti»: è responsabilità di chi ha gestito il progetto europeo in tutela più degli interessi dei pochi che di quelli di molti.

Come cambia (e si radica) il populismo
Quanto al cosiddetto «populismo», è sempre più difficile liquidarlo a fenomeno contingente, temporaneo e, per così dire, «arginabile». E l’abitudine un po’ «snob» di considerare «meno legittimi» i milioni di voti che ultimamente i movimenti populisti raccolgono ha la sola conseguenza di danneggiare ulteriormente il gioco democratico. Non solo quei voti sono legittimi: ma dovrebbero anche essere osservati in filigrana, interpretati con attenzione, rispettati come espressione del tutto democratica di un malcontento che non può e non deve essere ignorato. Non solo: non si può più nemmeno derubricare il populismo a un fenomeno legato a doppio filo alle condizioni materiali di alcuni Stati e di alcune fasce di popolazione, tipico soltanto dei Paesi più poveri e delle classi più basse. Non c’è solo Alba Dorata in Grecia: oggi si assiste sempre più all’ascesa di movimenti cosiddetti populistici anche in Paesi ricchi – proprio come l’Austria – e tra classi medie e superiori. Addirittura, c’è un tipo di populismo diffuso in Paesi come Svizzera e Norvegia, che non fanno parte dell’Ue, dove la disoccupazione è bassissima, e dove non sono direttamente le condizioni di vita materiali – e dunque, come si dice, la «pancia» – a dettarne l’adesione.

Questione di tempo
La speranza dei partiti tradizionali di «salvarsi» per un pugno di voti è del tutto illusoria. Così come è illusorio il tentativo di alcuni di loro di far proprie alcune istanze tipicamente populiste – si pensi alle ultime posizioni di Hollande e dei socialdemocratici francesi in materia di sicurezza – senza troppa convinzione, giusto per conquistarsi qualche voto in più. Inutile, se non controproducente, esultare per una vittoria sfiorata e per un pelo non realizzatasi, perché, per come stanno le cose, è solo questione di tempo. Se non ci sarà un totale ripensamento da parte di un'establishment europea ormai incancrenita, i populisti al potere presto non saranno un’eventualità scampata per un soffio, e nemmeno l’eccezione. Diventeranno la regola.