23 ottobre 2019
Aggiornato 19:30
Dalla Le Pen a Salvini, da AfG ai 4 di Visegrad

Brexit, a un mese dal voto ecco chi è pro e chi è contro in Europa

Manca ormai un mese al discusso referendum sulla Brexit. Ed ecco come la pensano i principali partiti politici europei

Chi è pro e chi è contro la Brexit in Europa?
Chi è pro e chi è contro la Brexit in Europa? Shutterstock

LONDRA - Marine Le Pen ne ha fatto un argomento della sua campagna elettorale e spera che il 23 giugno la maggioranza dei britannici chieda l'uscita dall'Ue, ma la leader del Fronte Nazionale francese non è certo l'unica, in Europa, a tifare per la Brexit. O comunque a non ritenere un male assoluto la prospettiva dell'addio britannico alla casa comune europea. Oggi The Guardian fa una rassegna delle voci pro-Brexit in Ue. Ecco chi, con più o meno cautela, non sarebbe troppo dispiaciuto se Londra uscisse dall'Unione.

Francia, Fronte Nazionale
La leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen, si è addirittura proposta di attraversare la Manica e andare a fare campagna per il «sì» alla Brexit. Il comitato «Vote Leave» (Vota per uscire) ha fatto sapere che la Le Pen non sarebbe gradita. Lei non si scoraggia e assicura che, se al governo o alla presidenza (i sondaggi la danno quasi certamente al ballottaggio per la guida dello Stato, l'anno prossimo), chiederà di rinegoziare i termini della membership francese all'Ue e promuoverà la convocazione di un referendum. Le Pen ha anche dichiarato che l'accordo di Cameron con Bruxelles all'inizio dell'anno ha segnato «l'inizio della fine dell'Ue».

Germania e Austria
Come molti partiti populisti in Europa, il tedesco Alternative fur Deutschland, attualmente al 14% (terzo partito nel Paese) è molto critico nei confronti di Bruxelles, pur accettando la necessità dell'esistenza dell'Ue. AfD non si è schierata a favore né di un'uscita della Germania, né della Brexit, ma ha spiegato che promuoverà con forza una serie di riforme delle istituzioni Ue e vede il dibattito sul referendum in Gran Bretagna come un motore per avviarle. «L'uscita della Gran Bretagna dall'Ue sarebbe fatale perché i britannici sono spesso la voce della ragione...e portano con sé correttivi salutari alla pazzia dell'espansione del progetto - ha dichiarato la leader del partito Frauke Petry - Se la Gran Bretagna lascia, perderemo un contributo al bilancio e (la Germania) dovrebbe prendere sulle spalle le perdite finanziarie dell'Ue». Appena al di là del confine, il partito austriaco di destra Fpo, fresco del 36,4% di voti raccolti al primo turno delle presidenziali, ha fatto campagna contro l'allargamento dell'Ue dal 2005 ad oggi. Il leader del gruppo all'Europarlamento, Harald Vlimsky, ha accolto positivamente i negoziati di Cameron e ha invitato Vienna a seguire l'esempio per uscire dall'Ue: si parla di «Oxit».

Italia
In Italia il fronte degli euro-entusiasti si è andato assottigliando negli anni e secondo un sondaggio Ipsos più della metà degli italiani potrebbero votare per un'uscita dall'Ue se ne avessero la possibilità. A cavalcare queste posizioni in particolare la Lega di Matteo Salvini, sempre molto vicino alle posizioni del FN di Le Pen, e il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo che ha esplicitato la propria ammirazione per il leader britannico degli euroscettici dell'Ukip Farage. Salvini ha dichiarato apertamente che voterebbe a favore della Brexit: «Come gli inglesi voteranno il 23 giugno, noi lo stesso giorno avremo gazebo in tutta Italia per far votare gli italiani». Meno netto è stato Grillo che, sposando posizioni euroscettiche da sempre, ha sostenuto che «il referendum in Gran Bretagna sulla permanenza in Europa avrà delle conseguenze deflagranti sulla futura evoluzione dell'assetto istituzionale europeo. Qualunque risultato esca dalle urne sarà l'inizio di un cambiamento epocale». E ancora: «Gran Bretagna e Italia, in questo momento, hanno in comune la retorica della paura che accompagna ogni possibile scelta democratica dei cittadini - ha scritto sul blog - La Gran Bretagna darà probabilmente il primo scossone, indipendentemente dal risultato del referendum nel Regno Unito. L'Italia, ma soprattutto gli italiani, saranno pronti al cambiamento?» 

I 4 di Visegrad
I governi nazionalisti dei Paesi dell'Europa centro-orientale hanno preso la palla al balzo del referendum sulla Brexit come opportunità per modificare i rapporti di forza con Bruxelles. Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca non vogliono uscire dall'Ue: la loro uscita limiterebbe di gran lunga la posizione di spicco nella regione, piuttosto che aumentarla e farebbe perdere grandi benefici come i fondi per lo sviluppo e la libertà di movimento dei lavoratori. In caso di Brexit lo stesso Viktor Orban, con la sua retorica populista e fortemente critica di Bruxelles, perderebbe uno dei suoi principali e più potenti alleati in sede europea, Cameron appunto. «Orban sta testando i limiti della libertà Ue da anni», ha spiegato Edit Zgut, analista di politica estera per il thinktank Political Capital. «Ma la quasi totalità dell'export ungherese è interno all'Ue e il 97% dello sviluppo completato in Ungheria è stato raggiunto con co-finanziamenti Ue».

Bulgaria e Romania
Bucarest e Sofia sono favorevoli alla permanenza di Londra nell'Ue e se dovesse vincere la Brexit i due Paesi richiederebbero che continuasse a contribuire al bilancio europeo.

Belgio e Olanda
Nonostante sia la «casa» delle istituzioni europee in Belgio esiste uno dei principali sostenitori della Brexit, il partito fiammingo separatista di estrema destra, Vlaams Belang che ha raddoppiato le preferenze dal 2014 e ha apertamente dichiarato di apprezzare le posizioni dell'Ukip di Nigel Farage. «La Brexit dimostrerebbe agli altri Paesi che la vita fuori dall'Ue è perfettamente possibile», ha dichiarato al Guardian il presidente Tom Van Grieken aggiungendo che «incoraggerebbe altri Paesi a farlo». Ammiratore di Farage e sostenitore della Brexit anche il leader del Freedom party olandese, Geert Wilders: «Una Brexit renderebbe più facile per altri Paesi fare la stessa scelta». A gennaio Wilders ha ottenuto con il suo partito il miglior risultato di sempre con 42 dei 150 seggi in Parlamento, più di Laburisti e Liberali insieme.

Scandinavia
I piccoli partiti di sinistra sono quelli che si sono esposti più chiaramente a favore della Brexit accusando Bruxelles di mettere gli interessi delle banche e delle corporation prima del welfare, dei diritti umani e dell'ambiente. In Danimarca, la Red Green Alliance (14 seggi in Parlamento) si è opposto per 25 anni all'adesione del Paese all'Ue. In Svezia, il partito Sinistra, condivide la Brexit perché «avvierebbe il dibattito sulla membership continuativa di Svezia e altri». Nei Paesi scandinavi le voci euroscettiche sono molto più potenti a destra ma anche più ambigue. Kristian Thulesen Dahl, leader del Partito popolare danese, ha dichiarato che se Londra restasse in Europa la Danimarca avrebbe più forza per rinegoziare la sua posizione, ma ha ammesso che la Brexit sarebbe una soluzione migliore per la Gran Bretagna.

(Fonte Askanews)