15 dicembre 2019
Aggiornato 12:00

Turchia, le conseguenze geopolitiche dell'addio di Davutoglu e le mire di Erdogan

L'addio del premier dimissionario Ahmet Davutoglu è pieno di implicazioni. Tanto sul piano della politica interna di Ankara, quanto a livello delle relazioni internazionali

ANKARA - Dopo le discusse dimissioni rassegnate dall'ormai ex premier turco Ahmet Davutoglu, è tempo di toto-nomi. Chi sarà il suo successore sulla poltrona che l'attuale presidente della Turchia Tayyp Recep Erdogan vorrebbe controllare strettamente? Forse, un suo fedelissimo, o addirittura un suo parente. Secondo alcune fonti, il ministro dei Trasporti Binali Yildirim, o quello della Giustizia, Bekir Bozdag. Secondo altri il genero del «sultano» Berat Albayrak, attuale ministro dell'Energia.

Il successore
Del resto, non sarebbe poi una novità. Già a settembre, Erdogan ha piazzato suoi fedelissimi nel massimo organo di partito, la «Commissione centrale per la decisione e l'attuazione» (Mkyk). Ed è stata proprio questa Commissione, la settimana scorsa, a togliere a Davutoglu il diritto di nominare i dirigenti regionali dell'Akp, innescando il processo che ha portato alle sue dimissioni. Ad ogni modo, il cambio al vertice del Paese è pregno di conseguenze e di significato, e potrebbe addirittura avere implicazioni geopolitiche rilevanti.

Le relazioni con l'Ue
Innanzitutto, a risentirne potrebbero essere le relazioni tra Ankara e Bruxelles. Relazioni di recente rinsaldatesi sull'onda del controverso accordo sui migranti, grazie al quale la Turchia ha ottenuto, oltre alla cospicua cifra di 6 miliardi di euro, anche notevoli concessioni sulla liberalizzazione dei visti ai cittadini Ue e sul processo di ingresso della Paese nell'Ue. Ma con le dimissioni di Davutoglu - interlocutore privilegiato di Bruxelles - lo stesso accordo potrebbe essere a rischio. L'ultimo schiaffo all'Ue è giunto proprio dal presidente Erdogan, dopo che la Turchia ha deciso che non modificherà la propria legge sul terrorismo, nonostante tale modifica sia richiesta tra le 72 condizioni per l’abolizione dei visti dei cittadini turchi in ingresso nell'Ue. A questo proposito, il «sultano» ha fatto la voce grossa: «Andremo avanti per la nostra strada», ha assicurato. Ma se quella condizione non verrà soddisfatta, Bruxelles potrebbe riconsiderare le promesse fatte ad Ankara. Senza le quali, ovviamente, l'accordo salterebbe.

I rapporti con Washington
Ma l'allontanamento di Davutoglu potrebbe ripercuotersi anche sulle relazioni tra Turchia e Stati Uniti, già piuttosto compromesse, anche se ancora funzionanti. Lo conferma Foreign Policy, che individua nel premier dimissionario il partner affidabile, nonché la vera «voce di sobrietà» all'interno del governo turco su cui gli States potevano contare. A rafforzare l'alleanza tra Washington e Ankara, in particolare, la maggiore tolleranza di Davutoglu verso i curdi e la sua più evidente disponibilità a rendere la Turchia un partner strategico degli Stati Uniti nella lotta all'Isis. «Avremmo potuto lavorare bene con il primo ministro», ha affermato l'ex uomo di riferimento dell'amministrazione Obama nella lotta all'Isis, il generale John Allen. «Il suo successore potrebbe essere molto diverso». D'altronde, che l'obiettivo di Erdogan in Siria sia sempre stato più quello di infliggere un colpo mortale ai curdi creando una safe-zone al confine, piuttosto che quello di sconfiggere l'Isis, è piuttosto risaputo. E con un primo ministro «direttamente controllato» dal Presidente, gli States potrebbero perdere un importante partner strategico.

Le divisioni tra Erdogan e Davutoglu in politica estera
Che tra i due leader della Turchia vi fosse qualche conflitto di vedute in politica estera è stato chiaro il mese scorso, quando Davutoglu dichiarò ai media turchi che il governo stava riconsiderando l'apertura dei negoziati con il Pkk. Un'affermazione subito ridimensionata da Erdogan, che specificò che l'unico obiettivo da considerare era la sconfitta dei militanti curdi. Il risultato fu che Davutoglu fu costretto a smentire le sue precedenti affermazioni, ricalcando quelle di Erdogan.

La «svolta ottomana»
Da considerare anche le ripercussioni attese sugli equilibri politici interni alla Turchia. Perché la scarsa fedeltà di Davutoglu alla linea impressa da Erdogan su diversi dossier - tra cui l'auspicata riforma iper-presidenziale -, e la sua conseguente rimozione potrebbero anche inquadrarsi nella cosiddetta svolta «neo-ottomana» della Turchia voluta da Erdogan. Una svolta che ha allontanato, di fatto, Ankara dall'Occidente e dagli Stati Uniti. Ma i primi scricchiolii si sono avvertiti nel giugno 2015, quando l'Akp, di cui Davutoglu era segretario, non ha conquistato la maggioranza assoluta. Di lì in poi, Erdogan ha preso in mano la situazione, attuando quella che molti analisti hanno definito una «strategia della tensione» per «rimettere sui binari» il Paese.

La rottura con Erdogan
Ma per il premier dimissionario, il significato del voto di giugno era chiaro: i turchi non volevano la svolta iper-presidenzialista nelle brame di Erdogan. E qualcosa, tra il premier e il «sultano», si è rotto per sempre.  Al punto che ad aprile, sul web sono stati pubblicati i cosiddetti «Pelican Files», una lista di argomenti su cui Davutoglu ed Erdogan parevano dissentire. L'esegesi è intuibile: il capo dell'esecutivo sarebbe diventato un elemento scomodo perché il disegno del «sultano» si realizzasse. Così, la nomina del suo successore - probabilmente designato nel congresso straordinario del partito il 22 maggio - sarà certamente un dossier prioritario per Erdogan. Perché costituirà una tappa fondamentale per poter poi imprimere la direzione voluta agli equilibri politici e strategici del Paese.