28 maggio 2020
Aggiornato 20:30
La rivelazione di Wikileaks

Ma quale salvataggio. La Grecia è stata truffata (ed ora ci sono le prove)

La conversazione tra due esponenti dell'FMI pubblicata da Wikileaks mette fine ai dubbi: la Grecia non è stata salvata, è stata truffata. Perché il Fondo era addirittura disposto a far scoppiare una nuova crisi per forzare la mano alle parti in gioco. E perché tutti sapevano - e sanno - che l'accordo fatto firmare a Tsipras non può che fallire

ATENE - Nel corso dei mesi estivi, abbiamo seguito con il fiato sospeso le alterne e burrascose vicende della tragedia greca, quella tragedia per la quale il Paese fondatore della democrazia europea ha finito per essere svuotato di sovranità dall'Europa stessa. Ed oggi, se ancora ci fossero dubbi, abbiamo le prove: le trattative che hanno condotto alla «resa» di Atene e che tutt'oggi proseguono (ma sotto silenzio) hanno tanti, troppi punti oscuri e controversi. Punti su cui, però, l'ennesima inchiesta di Wikileaks ha fatto luce. Al centro del dibattito, una trascrizione di una videoconferenza fra due esponenti del Fondo Monetario Internazionale che si occupano del «dossier Grecia»: il direttore zona Europa Poul Thomsen, e la responsabile della missione FMI in Grecia Delia Velculescu. Una trascrizione che mette nero su bianco i metodi coercitivi e al limite del cinismo finanziario (per usare un eufemismo) che il Fondo è disposto a usare pur di portare a casa il «risultato»

I piani del Fondo Monetario Internazionale
In sintesi, l'istituzione americana meditava di far leva su un'ulteriore crisi per indurre un «evento creditizio» con l’obiettivo ultimo di forzare la mano della Grecia. Qualcosa che - ha specificato un comprensibilmente furioso Tsipras dopo la pubblicazione del documento - va ben oltre i limiti di qualsiasi processo di negoziazione, anche il più aspro e serrato. In effetti, la conversazione tra Thomsen e Velculescu lascia pochi dubbi sulla veridicità di questa cruda interpretazione. «Quale fattore condurrà a una decisione? In passato c'è stato un solo momento in cui è stata presa una decisione ed è coinciso con una situazione che vedeva la Grecia a corto di liquidi e a un passo dal default. Non è vero?», ha detto Thomsen. «Esatto!», ha risposto Veculescu. Thomsen, in particolare, si riferiva al momento in cui la Grecia ha deciso di arrendersi alle politiche di austerità europea nel luglio scorso, quando il Paese si trovava sull'orlo di un autentico terremoto finanziario. E sembra proprio che i due avessero intenzione di accelerare una nuova crisi prima del referendum sulla Brexit del prossimo 23 giugno: fino a quella data - osservavano infatti i due interlocutori - le istituzioni europee saranno impegnate sul dossier britannico. Ma favorendo una nuova crisi, si sarebbe potuto riportare l'attenzione sulla sfortunata Grecia e «accelerare il processo»

Le pressioni alla Merkel
Ma non è finita qui. Un altro punto controverso è quello in cui Thomsen e Velculescu tirano in ballo un'altra crisi in corso: quella migratoria. Pare infatti che i due fossero piuttosto scettici nei confronti della riluttanza dei Paesi europei (in particolare la Germania) a ridimensionare il debito greco, e intendessero fare pressione sulla cancelliera Merkel anche sfruttando le sue difficoltà per i flussi migratori che da mesi interessano il Paese. Thomsen ha così descritto l'eventuale ultimatum alla Merkel: «Mi ascolti, Signora Merkel, si faccia una domanda, si chieda che cosa è più costoso: andare avanti senza il supporto del FMI, o come direbbe il Bundestag, 'Il FMI non è a bordo'? O optare per la riduzione del debito che noi consideriamo necessaria per consentire alla Grecia di mantenerci a bordo? Giusto? Questo è il vero problema».

3 evidenti implicazioni 
Le implicazioni del documento sono evidenti. E' vero che, pur a grandi linee, la trascrizione conferma la posizione ufficiale del Fondo, convinto della necessità di una ristrutturazione del debito greco. Eppure, quella conversazione alimenta i dubbi a proposito di come questa crisi sia stata (e venga tutt'ora) gestita: innanzitutto, tanto il Fondo quanto l'Ue dimostrano davvero poco rispetto per la sovranità della Grecia. Peraltro, dimostrando di essere da sempre perfettamente consapevoli che il piano «lacrime e sangue» accettato a malincuore da Tsipras non sarà mai in grado di risolvere la crisi, ma anzi potrebbe favorire il definitivo tracollo del Paese. Non solo: le parole dei due interlocutori palesano anche la sostanziale sfiducia del Fondo nella capacità delle istituzioni europee di condurre la Grecia fuori dal tunnel. La sfiducia è tale che, per «forzare» la situazione, si parla di favorire un'altra crisi. La terza implicazione è altresì pregna di conseguenze: la ventilata possibilità di recesso da parte dell'FMI potrebbe aggravare la già proverbiale «diffidenza» tedesca nei confronti del processo di salvataggio. Una diffidenza dimostrata chiaramente dalle istituzioni teutoniche e dalla stessa opinione pubblica, che ha sempre mal visto la possibilità che si concedessero aiuti «eccessivi» ad Atene.

Un'Unione senza speranza
E poi c'è l'ultimo fattore, per certi versi ancora imponderabile: la crisi dei rifugiati. Una crisi in cui la Grecia è da mesi in prima linea, essendo il punto di approdo dei richiedenti asilo provenienti dalla Turchia. Proprio oggi, l'aberrante accordo con Erdogan comincia a mostrare i suoi «frutti», con i primi rimpatri dei migranti giunti in Grecia e l'arrivo di alcuni siriani da ricollocare dalla Turchia. Ma molti, troppi migranti continuano a essere bloccati nelle isole dell'Egeo, per di più in condizioni disumane: e Atene - non si fa fatica ad immaginarlo - non può certo accollarsi anche il peso finanziario di quella tragedia umanitaria che si sta consumando sul suo territorio, che però, innanzitutto, è territorio dell'Ue. L'Europa, però, non sembra volersi spingere oltre i salati finanziamenti alla Turchia per rispedire nel Paese di Erdogan i migranti. Ed è proprio qui che il paradosso si fa più amaro: siamo disposti a pagare profumatamente Ankara perché si prenda i profughi, ma non siamo stati disposti ad aiutare la Grecia, il Paese che ha dato i natali alla democrazia. Nè, tantomeno, siamo disposti ad aiutare i profughi stessi, pur avendo firmato una convenzione che ci obbligherebbe a farlo (tralasciando ogni considerazione etica o morale). Tutti segni che dimostrano quanto profondamente incancrenita sia, ormai, l'Unione europea. Un'Unione perfettamente inutile, se, anziché essere in grado di risolvere le crisi attraverso la cooperazione tra i suoi membri, è capace soltanto di aggravarle.

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