30 settembre 2020
Aggiornato 01:30
All'indomani degli attentati di Bruxelles

Perché l'Isis è così difficile da sradicare?

Sono ormai due anni che sentiamo parlare dell'avanzata dello Stato islamico; eppure, ancora non siamo riusciti a trovare una strategia per sconfiggerlo. In realtà, la guerra al terrorismo dura da 15 anni, e sembra non aver dato frutti. Cosa non sta funzionando?

BRUXELLES - Sono passati ormai due anni da quando abbiamo cominciato a sentir parlare dell'Isis, il sedicente Stato islamico che ha occupato parte dell'Iraq e della Siria, e che oggi si sta espandendo anche in Libia. Due anni in cui abbiamo imparato a conoscere le brutalità di quel gruppo terroristico «stretto parente» di Al Qaeda, ma con caratteristiche mai viste prima: soprattutto, quella di aver proclamato un Califfato e di controllare una non indifferente porzione di territorio. In questi due anni, terroristi più o meno affiliati a Daesh ci hanno colpito anche in «casa», l'ultima volta proprio ieri nella capitale d'Europa. E' ormai da tempo che ci si chiede come fermare il terrore, ma ancora una risposta non ce la siamo data.

Isis favorito dalle divisioni settarie
L'annosa questione, in realtà, è aperta da almeno 15 anni, da quando, l'11 settembre 2001, l'attentato alle Torri Gemelle colpì il cuore dell'Occidente, cambiando per sempre il mondo. Da allora, la guerra al terrore è stata costante: siamo entrati in uno stato di «emergenza permanente», abbiamo sganciato bombe in Iraq e in Afghanistan, in Libia e in Siria, ma nulla pare risolto. Anzi: sembra che proprio da quelle bombe che tentavano di sradicare, insieme, Al Qaeda e Saddam Hussein abbia finito per «proliferare» l'Isis. Ma perché è così difficile fermarlo e sradicarlo? Innanzitutto, bisogna considerare il quadro generale dei Paesi dove lo Stato islamico ha stabilito il proprio dominio. Un quadro già di per sé complesso, e caratterizzato da drammatiche divisioni settarie e religiose. Si pensi all'Iraq: Saddam Hussein era sunnita, e durante la sua dittatura infierì contro sciiti e curdi. I sunniti, però, rimanevano la minoranza. Dopo la sua morte, lo scontro tra i diversi gruppi religiosi si è inasprito, e la debolezza del nuovo governo ha fatto sì che la scintilla del fondamentalismo attecchisse su un terreno tanto fertile. E per molti sunniti, pur di non vedersi schiacciati dalla maggioranza sciita, l'Isis - il cui «credo» si rifà al sunnismo - è il male minore. Per non parlare, poi, della Siria, dove la rivolta contro Bashar al Assad ha favorito il proliferare dello jihadismo, insinuatosi tra le file dei ribelli. E l'Occidente, sostenendo a lungo questi ultimi, ne ha di fatto facilitato la diffusione.

Tagliare le fonti di finanziamento?
E poi c'è un'altra questione fondamentale. Perché se la storia ha ampiamente dimostrato che le bombe, per quanto «intelligenti», difficilmente riescono a sconfiggere il terrore - anzi, spesso lo alimentano -, un metodo valido potrebbe essere quello di «tagliare» tutte le fonti di finanziamento dei jihadisti. Ma la più grande coalizione della storia dell'umanità - fatta da circa 60 Paesi più o meno impegnati a bombardare l'Isis - attiva da più di un anno a questa parte non sembra persuasa a seguire questa strada. E in effetti nemmeno la Russia lo ha fatto. Le infrastrutture che sono la principale fonte di potere dell'Isis - cioè le raffinerie e gli impianti petroliferi - sono ancora praticamente intatte. Unica eccezione, il bombardamento Usa, dopo le stragi di Parigi del 13 novembre scorso, di 116 autobotti.

Risorse intoccabili
La questione è innegabilmente complicata. Da un lato, vi è il rischio di provocare un vero e proprio disastro ecologico. Soprattutto, però, quelle risorse fanno gola a tutti. La speranza è che, una volta tolto di mezzo l'Isis, quell'oro nero possa essere controllato e «spartito» tra le potenze che ora lo stanno combattendo. Eppure, secondo le stime dell'intelligence irachena e americana, lo Stato islamico incassa almeno 50 milioni di dollari al mese grazie ai giacimenti che controlla in Siria e in Iraq. E quei soldi alimentano il circolo vizioso della morte, perché servono a pagare armi, combattenti e gestire le infrastrutture del territorio dominato. E il traffico illegale del petrolio è alimentato, peraltro, anche da chi si definisce nemico dell'Isis: la Turchia. Un traffico tenuto in piedi da una folta rete di contrabbandieri, a cui i jihadisti vendono il petrolio a prezzi che vanno dai 10 ai 35 dollari al barile, contro i circa 50 dollari del mercato legale. Si stima che il Califfato estragga ogni giorno 30 mila barili dagli impianti siriani e 10-20 mila dall’Iraq, per lo più dai giacimenti vicino Mosul.

L'importanza dell'oro nero
Sembra evidente, dunque, che il colpo più brutto per l'Isis sarebbe quello di vedersi mandare in fumo le proprie fonti di finanziamento. Altrettanto evidente, però, come per le potenze impegnate a combatterlo l'oro nero sia altrettanto fondamentale. Una questione che sta alla base del motivo per cui Daesh è così difficile da abbattere. Con il rischio sempre più alto che il terrore finisca per attecchire anche nelle disagiate e poco integrate periferie europee.