8 aprile 2020
Aggiornato 18:30
Super-Tuesday: occhi puntati su di loro

Hillary e Donald, la politica e il suo «mostruoso» frutto

Il Washington Post ha descritto Trump come il Frankestein dei repubblicani, il risultato «mostruoso» (etimologicamente 'fuori dalla norma') di una politica trita e bigotta. E se Hillary, pur dall'altra parte, è esattamente l'incarnazione di quella «politica» con tutte le sue ambiguità, il confronto che (da previsioni) si prospetta è il perfetto segno dei tempi.

NEW YORK - L'America - e il mondo intero - passerà un martedì con il fiato sospeso. Perché è finalmente giunto il Super-Tuesday, il giorno più importante delle primarie, giorno in cui i Democratici votano contemporaneamente in 12 stati, i Repubblicani in 13. A seconda di come andrà, domani potremmo già avere il vincitore di fatto delle primarie di almeno un partito: ecco perché siamo davanti alla svolta, al momento in cui la sfida entra nel vivo. Gli occhi di tutti sono puntati sui due candidati che sembrano almeno fino ad ora destinati, in estate, a sfidarsi tra loro per contendersi lo scettro di uomo più potente del mondo: Hillary Clinton e Donald Trump. E se per la prima, dal momento in cui annunciò la sua candidatura, è stato subito prevedibile che avrebbe sbaragliato abbastanza facilmente la concorrenza (anche se Sanders non è mai stato da sottovalutare), Trump è sempre stato decisamente più imprevedibile: un candidato così avrebbe potuto distruggersi con le proprie mani in poco tempo, o arrivare a sconfiggere tutti i più «moderati» e «politicamente corretti» colleghi di partito. E a giudicare da quanto è accaduto fino ad ora, siamo proprio in quest'ultima situazione.

Il giorno e la notte
In effetti, Hillary Clinton e Donald Trump, ognuno nel proprio rispettivo schieramento, rappresentano il giorno e la notte, o, come scrive Giampiero Gramaglia in una bella analisi per lo IAI, l'una la candidatura inevitabile, l'altro la candidatura inarrestabile. Perché l'«unico» elemento di «stonatura» nell'ex first lady ed ex segretario di Stato è lo scandalo legato al server privato utilizzato quando era a capo del Pentagono: uno scandalo che in America (tanto diversa dall'Italia in queste faccende) potrebbe pure distruggere la reputazione di un politico, ma che nel caso di Hillary è stato in parte disinnescato per tempo. Per il resto, la Clinton è la candidata «perfetta»: sostenuta dal partito, con una campagna ben organizzata e fondi cospicui, molti di più rispetto al rivale Sanders, grande esperienza, moglie devota pure nella peggior sorte. Quanto a Trump, è invece difficile vedere qualcosa di «intonato» nel candidato simbolo dell'anti-establishment: da quel parrucchino ossigenato che si presta molto bene alle parodie, alle continue uscite politicamente scorrette che tanto assomigliano a gaffe, ma che sono in realtà parte di una strategia ben precisa. Eppure, il dubbio non può non venire: al punto che qualcuno è convinto che il magnate sia il «cavallo di Troia» dei Clinton, opportunamente chiamato nell'agone per distruggere in partenza la campagna dei repubblicani.

Trump: un po' Frankestein, un po' Napoleone
Teorie del complotto a parte, Trump è anche sostanzialmente inviso al partito, e preoccupa fortemente l’establishment repubblicano e in genere tutti i conservatori moderati. In un editoriale, il Washington Post invita perentoriamente leader e notabili a fare tutto quel che possono per fermare lo showman: o serrano le fila, possibilmente convergendo sul senatore della Florida Marco Rubio, o nessuno potrà più bloccarlo. Ma un altro editoriale del quotidiano è ancora più iluminante: perché sostiene lucidamente come il magnate dal biondo parrucchino non sia altro che una creazione di quello stesso partito repubblicano che lo aborre, un'incarnazione sorprendente delle sue ultime derive, una sorta di Frankestein poi sfuggito dalle ipocrite mani dei conservatori. Il successo di Trump - argomenta il giornalista - non è tanto (o solo) dovuto alle difficoltà economiche del Paese, ma più al malcontento per quello che è diventato il partito repubblicano: il partito degli arrabbiati bigotti senza soluzione. Non è Trump ad aver inventato l'islamofobia, il populismo, le derive razziste: è il partito ad averlo fatto. Trump ha semplicemente alzato i toni, rompendo l'insopportabile ipocrisia del «politicamente corretto» e cavalcando magistralmente gli istinti degli elettori. E', come scrive il quotidiano, il «Napoleone che ha raccolto il frutto della rivoluzione».

Segno dei tempi
Ad ogni modo, è chiaro come Hillary Clinton e Donald Trump siano qualcosa di radicalmente diverso tra loro: la politica e il suo contrario, o, per riprendere il paragone con Frankestein, il suo mostruoso frutto. «Mostruoso» nel senso etimologico del termine, e cioè di «stra-ordinario» e «fuori dalla norma». E se le previsioni verranno confermate - e cioè che né Sanders da un lato né Rubio e Cruz dall'altro riusciranno a fermare la corsa dei due candidati privilegiati - d'ora in poi la sfida si farà ancora più interessante: perché l'America sarà chiamata a decidere se avere ancora fiducia nella «politica» con tutte le sue ambiguità e le sue aberrazioni, o se buttarsi nell'agone dell'anti-politica, che però, comunque la si metta, della prima rimane la figlia pur deforme. Un confronto interessante, perché pienamente segno dei tempi. L'Europa prenda appunti. 

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