15 settembre 2019
Aggiornato 19:30
A un anno da accordi Minsk II, strada per pacificazione in salita

Ucraina, su Putin il pressing della Merkel

Quasi un anno dopo la firma dell'Accordo di Minsk II, siglato il 12 febbraio 2015, la strada per la pacificazione in Ucraina é ancora tutta in salita

KIEV - Quasi un anno dopo la firma dell'Accordo di Minsk II, siglato il 12 febbraio 2015, la strada per la pacificazione in Ucraina é ancora tutta in salita. La cancelliera tedesca Angela Merkel, che con il presidente francese Francois Hollande era stata la regista dell'intesa fra Ucraina e Russia nella capitale bielorussa, ha intensificato il pressing diplomatico per sbloccare lo stallo politico che si protrae da mesi.

Il ruolo di Berlino
La Germania, dove le sanzioni contro Mosca hanno provocato più di un malumore a livello sia politico che economico, ha assunto un ruolo centrale di mediazione nella crisi ucraina. E se da una parte continua ufficialmente a mantenere la linea dura nei confronti del Cremlino, dall'altra tiene aperto ogni canale per tentare di ricucire gli strappi. Dopo le ultime scintille nel Donbass tra separatisti ed esercito di Kiev che hanno aggravato lo scorso fine settimana il bilancio di una guerra che ha fatto oltre 9000 morti, Merkel ha prima ricevuto ieri a Berlino il presidente ucraino Petro Poroshenko, poi ha sentito telefonicamente oggi Vladimir Putin, con cui ha fatto il punto sull'implementazione degli accordi, chiedendo che la Russia «usi la sua influenza sui separatisti».

Ritardo
Originariamente la road map tracciata a Minsk avrebbe dovuto già concludersi alla fine dello scorso anno, ma alla luce del ritardo accumulato su entrambi i lati del fronte i tempi si sono dilatati e il percorso si é allungato senza che sia stata definita la linea di arrivo. Nello scambio telefonico con Putin, la cancelliera ha quindi sottolineato da un lato la necessità di una pressione maggiore da parte della Russia sui separatisti delle repubbliche indipendentiste di Donetsk e Lugansk perché venga rispettato il cessate il fuoco e il processo di pace possa continuare. Dall'altro Merkel, però, come ha fatto ieri con lo stesso Poroshenko, ha richiamato Kiev affinché il processo di riforme costituzionali, tra cui quella sul decentramento, venga realmente attuato e soprattutto l'Ucraina si impegni per concordare con i ribelli filorussi le modalità per lo svolgimento delle elezioni locali nel Donbass, previste lo scorso novembre e posticipate ora a data da destinarsi.

Congelamento
Gli sforzi diplomatici tedeschi si sono scontrati sino ad ora con la sordità del Cremlino, che ha congelato di fatto il conflitto nel Donbass senza tagliare il cordone con i separatisti. E con il caos che regna a Kiev, dove Poroshenko e il premier Arseni Yatseniuk non sono stati in grado di superare gli schemi oligarchici prerivoluzionari, bloccando il paese tra le faide interne e l'impossibilità di impostare un dialogo costruttivo tra centro e periferia. 

Sanzioni
La cancelliera cristiano-democratica Merkel e il ministro degli Esteri socialdemocratico Frank Walter Steinmeier hanno preso sì dure posizioni contro Mosca e hanno premuto per il prolungamento delle sanzioni che scadranno il prossimo luglio, ma hanno anche tenuto la porta aperta verso la Russia. E se alla fine dello scorso anno era stato il vicecancelliere e leader della Spd Sigmar Gabriel a fare visita a Putin per discutere di questioni economiche, questa settimana tocca a Horst Seehofer, numero uno della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu guidato dalla cancelliera, a prendere la via del Cremlino. Anche se sul tavolo della discussione ci sarà poca politica estera e più le relazioni bilaterali fra Mosca e la ricca Baviera, che lo scorso anno ha perso oltre il 13% sull'export verso la Russia, Seehofer - molto critico nei confronti di Merkel sulla questione migranti - rimane fedele alla linea del pragmatismo tedesco di cui la cancelliera é in realtà la maggiore esponente, anche senza l'effervescenza mediatica del suo predecessore Gerhard Schröder. Merkel, attaccata più volte anche da Yatseniuk per aver dato il via libera in regime di sanzioni al raddoppio del gasdotto Nordstream (partito già nel 2005 con l'accordo tra Schröder e Putin) che collega direttamente Russia e Germania attraversando il Mar Baltico e bypassando così l'Ucraina, non ha mai fatto un piega trincerandosi dietro il fatto che si tratta, almeno da parte tedesca, di un progetto gestito dai giganti privati Basf e E.on.

Germania al centro dei giochi
Al di là delle polemiche, la Germania rimane comunque al centro dei giochi: per dare nuovi impulsi allo scioglimento della crisi ucraina é previsto nei prossimi giorni probabilmente a Berlino un altro incontro in formato «normanno» dei ministri degli Esteri di Germania, Francia, Russia e Ucraina, mentre a Monaco per l'annuale Conferenza sulla sicurezza (12-14 febbraio) é in arrivo il premier russo Dmitri Medvedev. Sempre che all'ultimo momento non sia proprio Vladimir Putin a decidere di utilizzare il palcoscenico tedesco per tentare di accorciare le distanze con Germania ed Europa come proposto proprio dalle colonne del quotidiano tedesco Bild Zeitung nella lunga e programmatica intervista rilasciata all'inizio del 2016. Putin era stato ospite a Monaco l'ultima volta nel 2007, quando aveva pronunciato uno duro discorso in cui tra l'altro accusava la Nato di minacciare gli interessi russi egli Usa di non voler accettare la prospettiva di un mondo multipolare.

(Con fonte Askanews)