17 ottobre 2019
Aggiornato 20:00
Il rapporto choc di Amnesty International

L'amara verità. Ecco di chi sono le armi che l'Isis ci punta contro

In un momento in cui lo Stato islamico è considerato il nostro principale nemico, è ora di prendersi le proprie responsabilità. Perché le armi che i jihadisti usano per massacrare civili e minacciare l'Occidente, ormai è acclarato, gliele abbiamo date noi

ROMA - Dopo i tragici fatti di Parigi, la narrazione che ha dominato in Occidente è stata estremamente chiara: siamo in guerra, e il nostro nemico è lo Stato islamico. Il presidente francese Francois Hollande ha dato inizio a un tour delle cancellerie europee e non solo per costruire un ampio fronte comune contro i jihadisti; la Russia sembra aver rafforzato la propria azione muscolare in Siria, e Obama pare addirittura - seppur tra alti e bassi - aver definitivamente accettato il ruolo di Putin quale interlocutore per le azioni dirette contro il Daesh. Sembra facile dividere il mondo tra buoni e cattivi, ma la verità è che talvolta i confini sono più labili di quel che si pensa. Facendosi le domande giuste, le nostre certezze potrebbero crollare.

La domanda giusta
La domanda giusta se l'è fatta Amnesty International, che ha pubblicato, qualche giorno fa, un eloquente rapporto volto a indagare chi, e come, abbia di fatto fornito armi allo Stato islamico. Il forte sospetto che potessimo indirettamente aver armato la mano dei nostri nemici nel corso di decenni di forniture mal regolamentate e di scarsi controlli sul terreno c'era già, ma ora è diventata una certezza: è un'amara certezza il fatto i kalashnikov che i nostri nemici puntano addosso ai civili, a noi o ai nostri alleati giungono dai nostri civilissimi Paesi. Perché, soprattutto dopo la presa di Mosul del giugno 2014, i jihadisti hanno potuto trafugare dai depositi di armi in Iraq un'enorme quantità di munizioni di fabbricazione internazionale, tra cui armi e veicoli militari made in Usa poi utilizzati per conquistare altre parti del Paese, ovviamente con conseguenze devastanti per le popolazioni locali.

Armi: tipologia e provenienza
La quantità e la qualità delle armi oggi in dotazione allo Stato islamico è dunque figlia dei continui trasferimenti irresponsabili di armi all'Iraq durati decenni, e di una totale incapacità di monitoraggio finalizzata a scongiurare il rischio che quel mortale arsenale finisse nelle mani sbagliate. Per una strana beffa del destino, la più ampia proporzione di armi oggi nelle mani dell'Isis proviene dai suoi principali «nemici»: sono armi fornite all'esercito iracheno dagli Stati Uniti, ma anche dalla Russia, dai Paesi ex Sovietici durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni Ottanta. In Siria le armi usate dai miliziani sono state fornite dalla Russia, dai paesi dell’ex blocco sovietico e dall’Iran. Queste forniture sono state pagate col petrolio, sono state oggetto di accordi tra il Pentagono e la Difesa irachena, o, addirittura, frutto di donazioni da parte della Nato. Stiamo parlando di pistole, rivoltelle e altre armi leggere, mitragliatrici, armi anti-carro, mortai e altra artiglieria. Assai utilizzati sono i fucili simili ai kalashnikov dell'era sovietica, prodotti principalmente in Russia e Cina, ma anche i G36 tedeschi e altre varianti belghe, ceche o austriache. Ma ancora, vi sono sistemi di difesa aerea portabili a spalla (noti con l'acronimo Manpads), missili anti-carro guidati, veicoli blindati da combattimento, fucili d'assalto come gli Ak russi e gli M16 e i Bushmaster statunitensi.

La catena di rifornimento
In quanto alla catena di rifornimento, essa affonda le sue radici all'epoca del conflitto tra Iran e Iraq, periodo in cui gli arsenali iracheni si sono letteralmente riempiti di armi. Almeno 34 paesi fornirono armi all'Iraq, ma 28 di questi le inviarono anche all'Iran. Nel frattempo, l'allora presidente iracheno Saddam Hussein dirigeva lo sviluppo di una fiorente industria delle armi in grado di produrre armi leggere, mortai e pezzi d'artiglieria. Le forniture di armi sopravvissero anche all'embargo dichiarato dalle Nazioni Unite dopo l'invasione del Kuwait del 1990, rifiorendo soprattutto con l'invasione dell'Iraq nel 2003. Anche in questo caso, la mancanza di controlli permise che di molte si perdessero le tracce, salvo, ovviamente, ritrovarle anni dopo nei nascondigli dei jihadisti dell'Isis. Anche i tentativi più recenti di riequipaggiare l'esercito iracheno e le forze a questo associate hanno determinato un massiccio afflusso di armi in Iraq. Tra il 2011 e il 2013, gli Usa hanno sottoscritto contratti del valore di miliardi di dollari per la fornitura di 140 carri M1A1 Abrams, decine di aerei da combattimento F16, 681 missili terra-aria portabili a spalla Stinger, batterie anti-aeree Hawk e altro equipaggiamento. Alla fine del 2014, gli Usa hanno inviato al governo iracheno armi leggere e munizioni per un valore di oltre 500 milioni di dollari. Ma i blandi controlli e l'endemica corruzione tra le file dell'esercito iracheno rendono tutt'ora probabile che parte di quelle armi vengano impugnate dai jihadisti.

Anche l'Italia è colpevole
L'Italia è uno dei Paesi che ha rifornito di armi sia Baghdad che Teheran durante la guerra degli anni Ottanta e, nel 2003, ha partecipato, a fianco degli States, all'invasione dell'Iraq. In quell'occasione, è stato concesso ai paesi esportatori di armi di avere una maggiore libertà per trasferire armi all’Iraq, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Non è un caso che la coalizione guidata dagli Usa abbia firmato contratti per almeno un milione di dollari per trasferire armi e milioni di munizioni in Iraq, provenienti anche dall’Italia. Ma non è finita qui: nel 2014, a causa dell’avanzata dello Stato islamico nel nord dell’Iraq e in Siria, gli Stati Uniti, insieme ad altri undici paesi europei tra cui l’Italia, hanno coordinato il rifornimento di armi per le truppe irachene, le milizie sciite e quelle curde. Anche in questo caso, è davvero difficile escludere che quei rifornimenti siano finiti nelle mani sbagliate, soprattutto visto il rischioso e tenace impegno degli Usa a sostenere i ribelli contro Assad. Ecco, dunque, l'amara verità: decenni di politiche irresponsabili, tenacemente volte a «esportare la democrazia» sotto forma di armi e bombe hanno prodotto gli effetti a cui stiamo assistendo. L'unica speranza è che, una buona volta, la storia ci insegni qualcosa.